Io Gioco A Fare l’Art
Quanto amo perdere tempo quando ho tante cose da fare…


Quanto amo perdere tempo quando ho tante cose da fare…


Progetto in collaborazione con la mia collega Valentina Volpi.
Esame di Scrittura Web.
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COMUNICATO STAMPA:

Mi limito a scrivere insulse frasi
sulle vene della mia vita,
ma
dentro esse il vuoto regna sovrano,
il silenzio
gli tiene il posto.
Non hai il diritto di trattarmi così
tempo ingrato, incerto che sfida chi
ama e scuote il vento come me.
Bruci e mangi anime anche se
eroe è chi sconfiggere il tuo battito
sa, con frasi e memorie di un tempo
privo di senno ma pregno di attimo.
Consapevole di non aver scampo
è il passato, racchiuso tra minuzie
di colori di battaglie fittizie
e quieti di liquidi ragionamenti.
Tra bisbigli e urla di lamenti,
piccola parte spetta al presente,
sacco pieno solo perché coerente
prima dell’attracco con il futuro,
velo di dubbio e sogno immaturo.
Ora da eroina vesto le armi
e trafiggo il ciclico secondo.
Concludo smorzando gli allarmi:
a quel futuro non cedo il mondo.
La fiamma è accesa. Il rosso incandescente si riflette sulle sue guance.
Matilde è lì, immobile, perfettamente di fronte al fulcro del fuoco del camino, piedi uniti, schiena dritta, nasino all’insù. Tiene fra le braccia Carla, la sua bambola bionda, immobile come lei.
Vestito celeste nuovo, quello della domenica, quello col fiocco blu più scuro che si allaccia dietro, quello che si abbina al braccialetto di Winnie. Capelli biondi raccolti in una treccia. Scarpette di vernice nera.
Abbassa lo sguardo. La piega della gonna non è al posto giusto e le scarpe non sono allacciate a dovere. Flette le ginocchia, allunga la mano e tira il lembo destro dei lacci.
Si tira su e, con la stessa mano, afferra la parte inferiore della gonna tirandola leggermente verso l’esterno.
Perfetto.
Di nuovo immobile.
Lo sguardo si posa su di una foto sopra al camino: lei e lui, suo padre, sul divano. Lo stesso vestito, le stesse scarpette. Lei guarda lui e lui guarda lei. Nessuno intorno.
Lei, adesso, accenna un leggero sorriso. Uno solo.
Porta l’indice all’interno del ricciolo dei capelli, seguendo la sua rotondità, per poi spostare il pollice lungo il lineamento del mento, arrivando a sfiorare le labbra leggermente socchiuse.
Mani a posto.
Di nuovo immobile.
Stringe la bambola a sé con più forza.
Avanza un passo. Il calore le surriscalda le ginocchia. Un altro passo. Le mani le bruciano.
Il terzo, dentro. Dentro nella luce, la luce primaria, la luce che lei non ha mai avuto.
La luce del camino, fuoco acceso da suo padre.
Cosa è meglio al giorno d’oggi? Una pioggia incessante o una neve pesante?
A volte mi chiedo se anche il sole non sia come la neve: nonostante sia luce, copre tutto con i suoi raggi come fa il fiocco di neve. O la pioggia, che bagna e non lava via tutto, ma trasporta quello che abbiamo seminato, in altri luoghi.
E da qui la mia domanda: Siamo controllati, spiati, governati, protetti, accuditi?
Cosa ci fa stare tranquilli che tutto andrà come stabilito nella tabella di marcia?
Viviamo tutti alla giornata. Per quanto tu possa programmare le ore e i minuti, tutto cambia con una spinta in metro che ti fa cadere il cellulare dalla mano. Tutto cambia con un “Ciao” non aspettato, ma piacevole. Tutto cambia con uno sguardo a ciò che non dovevi neanche sapere dell’esistenza. Cambia con un sorriso fatto ad una persona a te sgradevole. Con una richiesta di aiuto da chi l’aiuto non te l’ha mai dato. Cambia quando un comportamento diventa oltraggioso nei tuoi confronti. Cambia quando qualcuno ti dice: “Sei speciale” per la prima volta. Cambia quando a quel speciale tu arrossisci e non rispondi come un’ebete. Si modifica quando la tua canzone preferita non smette di tartassarti la mente. Risulta diverso il secondo che stai passando se lo passi con una persona che ti permette di ridere di gusto. Cambia quando la telefonata che stavi aspettando tarda ad arrivare. Cambia quando tutto quello che sto scrivendo cambia.
E allora lo scopo della neve che copre ogni cosa, della pioggia che porta via ogni cosa e del sole che trafigge ogni cosa viene vanificato. Niente verrà coperto, trasportato o trafitto. Perchè ogni cosa è diversa dalla successiva. Sempre.
Il sogno. Quanti e quali misteri nel sogno. Quante e quali logiche all’interno di esso.
Quando il sogno ti raggiunge e ti solletica la memoria, quanto tu raggiungi il sogno e lo sproni a darti una risposta, quali e quante regole reggono questi moti?
Sognare è un verbo transitivo, ma l’azione è tutt’altro.
Non puoi dire cosa hai sognato, non puoi delinearne il cosa, nè il dove, nè il quando, ma soprattutto non sai rispondere alla domanda: “chi hai sognato?”.
Volti, sguardi, baci, abbracci, strette di mano, parole, non esistono. O meglio, esistono solo fine a se stessi. Non hai forza, nè volontà di poterli guidare, non hai facoltà di giudizio, non puoi fermarli.
Il sogno. Una negazione affermativa: non fai, ma agisci; non parli, ma dici; non guardi, ma osservi.
Il sogno. Un’affermazione negativa: decidi, e non applichi; pensi, e non esprimi; ami, e non baci.
Corrono sentimenti sospesi da azioni illogiche, seguono logiche di giudizio non propriamente giudiziose.
Fatti e conseguenze domate dal caos senza fine nè compimento. Una fine che desidereresti ricevere in risposte concrete. Quelle risposte riposano nel sogno, in quella parte di realtà che il buio ti dona, che il buio ti cela.
Non avrà termine, non avrà inizio.
Io sogno e questa è la realtà.
La sua mente vaga tra alti e bassi, tra passato e futuro. Solo il presente la spaventa, perché dall’attimo in cui vive si deduce quello che sarà.
Il confronto orale le fa tremare la voce, ecco perché scrive. Ama pasticciare con la penna sul foglio e usa una calligrafia instabile corrispondente al suo umore. I concetti sono seguiti molto spesso da punti interrogativi.
Che ne sarà della sua mano da scrittrice, se di scrittrice si tratta? Che ne sarà del suo cuore su di un foglio? Nessuno vorrà saperlo perché nessuno lo potrà mai sapere.
Lei ama la luce, ama lo spazio, ama come lo spazio entra a far parte della luce e viceversa quando, distesa comincia a sognare. Sogna il suo telefono sulla scrivania che squilla. Sogna il suo capo che dall’altra parte del filo la invita nel suo ufficio per congratularsi dell’ultimo articolo scritto.
D’altra parte, però, nella sua mente non ha la sua volontà, ma quella di parenti e amici; nelle sue mani non ha la propria forza, ma quella di coloro che l’hanno spronata.
Non ama parlar di sé, anche se dovrebbe. Non ama parlarne perché lei stessa ancora non è completamente formata. E’ solita usare pezzi di altre personalità per formarne una propria.
E allora perché sorridere e piangere ancora?
Non ha risposta.
E’ convinta che a tutto c’è un motivo, che c’è una ragione per tutto.
E’ anche convinta, però, che dare tempo al tempo, alla fine, dia i suoi frutti.
Maturi.
Sono finiti i tempi in cui l’organizzazione di una serata si perdeva a decidere il luogo di ritrovo. Si cercava invano di esplicare in modo chiaro e semplice che tutti quanti allo stesso orario si dovevano incontrare sotto quel balcone bianco con le piante in vista. Lì per lì dicevi “Si, ho capito. Sotto il balcone bianco”. Ma in una città come Milano di balconi bianchi con piante ce ne sono ovviamente un’infinità. Così ti ritrovavi a naso in su per vie sconosciute e come in un film thriller la vista ti si offuscava, cominciavi a vedere 75 balconi bianchi e una serra piena di piante rigogliose, sudavi freddo e ti appoggiavi ai pali della luce, con l’affanno e la paura di esserti perso. Prendevi coraggio e chiedevi al barbone di turno: “Mi scusi, mi sa dire dove posso trovare un balcone bianco?”. Come risposta ottenevi una grassa risata e ti sentivi ancora più umiliato e ricominciavi a sudare freddo e a vedere doppio. Al che tornavi indietro, ma, più stupido di Pollicino, ti rendevi conto che ti eri dimenticato di buttare a terra le molliche di pane e inevitabilmente ti veniva da urlare “Voglio la mia mammaaaa!”.
Se anche tu ti sei sentito così, se anche tu hai avuto il terrore di essere stato ingannato, di essere stato tradito dalla tua memoria, se anche tu ti sei chiesto: “Sono su candid camera?”, non sentirti perso: da oggi Google Street View è anche in Italia!
Una grande e geniale invenzione per tutti i Pollicini del mondo!
Graficamente, il logo è composto da silhouette accomunate da un’unica testa. E’ un semplice espediente al fine di commutare in disegno il concetto di condivisione di pensiero.
Lo scopo non è la mera unificazione di un’unica idea, tutt’al più la simbiosi e lo scambio di ideologie che dovrebbero essere uniche e primarie all’interno della vita di ogni giovane: lotta contro la violenza, la forza e la voglia di vivere, la volontà di combattere tutto ciò che è disagio.
I colori, dal giallo al rosso, hanno la luce e il calore del sole, da sempre iconograficamente considerato simbolo di guida. I medesimi colori sono quelli riconducibili alla terra del Salento.
Inoltre la forma a raggiera suggerisce un moto circolare e, perciò, immutato nel tempo, di divulgazione delle stesse ideologie.
L’elaborato grafico si presta, anche, ad essere utilizzato in negativo ed è facilmente riconoscibile nelle varie riduzioni impiegate, per esempio, sul fondo di una carta intestata. Il tutto è ben inglobato da una sagoma morbida, slanciata e mai troppo esagerata.
Rende bene l’idea?