Seguire semplici regole da evitare

1. Conserva sempre un pò di orgoglio: ti servirà per fingere autostima quando ce ne sarà bisogno.
2. Tieni chiusi gli occhi più tempo possibile: potrai così stupirti di ogni altra sensazione.
3. Custodisci le tue parole, salvale dalla polvere dell’ignoranza, lucidale quando ne sono sature e non risparmiarti mai di nutrirle.
4. Conquista te stessa: sarà difficile, umiliante e spesso crederai che non ne valga la pena, ma imparerai a essere elegante indossando le anime altrui.
5. Non censurare il cambiamento: i mutaforma sono esseri dall’infinita saggezza.
6. Abbi il coraggio di avere paura, di svoltare l’angolo e terrorizzarti di fronte a uno specchio che non ti riflette.
7. Studia le abitudini e poi impara a evitarle.
8. Infine, non essere normale: la follia è l’unico nodo che ti può legare alla ragione.

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Farlocco, tutto farlocco.

Mi sono sempre sentita in dovere di avere una testa sulle spalle.
Ho sempre preferito agire ponendo al primo posto il pensiero.
Sono sempre stata convinta di amare, molto, la parola, il ragionamento, i discorsi fatti con la consapevolezza del significato.
Ho sempre vissuto in funzione di quello che mi veniva detto, piuttosto che fatto.

Ora, al contrario, porto avanti il mio cervello sopra un corpo che non sento mio.
Ora, al contrario, vedo la mia pelle che cambia colore e consistenza senza seguire logica.
Ora, al contrario, le mie gambe camminano più veloci del mio pensiero, stanco.
Ora, al contrario, non scrivo più.

Ora sono un corpo che trascina una testa.
Farlocco, tutto farlocco.

N.B.; quando scriverò di una testa che trascina un corpo, offrirò da bere a tutti.
Per ora, al contrario, leggete e patite la sete.

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Due passi avanti…

…e uno indietro.

Mai superare la propria immaginazione con le gambe della realtà.
C’è il rischio di cadere e fratturare l’autostima.

Believe me: I’m just bleeding.

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Tutto a Quel Paese

Quando si dice “Vai a Quel Paese!” si pensa che poi Quel Paese non sia possibile raggiungerlo per davvero.

Tu percorri la tua strada, noncurante dei sassi che potrebbero farti inciampare frantumantodi un quarto di mascella, ti guardi attorno ammirando il vento tra gli alberi secchi, segui con gli occhi il volo degli uccelli che evacuano sul parabrezza, dallo specchietto noti dei gatti spiaccicati sul ciglio della strada e i ratti che ne annusano le membra e, all’improvviso, ti ritrovi di nuovo a Quel Paese.
Incontri il signor Stronzo, la signora Capatosta, e i loro tre figli: Mina, Tanfo e Caglio. Saluti le stesse liquefatte facce del Quel Paese di un anno fa.
E ancora una volta cerchi una strada a scorrimento veloce per uscire da Quel noioso Paese.

Ma tu non lo sai, mio caro amico stomaco. Tu non lo sai che di Quel Paese tu sei fondatore e ne rimarrai sindaco per il resto della tua esistenza.

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Dipendenze

Esistono tre tipi di dipendenza:
fisica
psicologica
comportamentale

La dipendenza fisica è dovuta all’impatto di una sostanza attiva sul cervello.
E fin qui ci sta ogni tipo di ragionamento logico. Come per la cioccolata, la nicotina o la pasta al forno.

Per le altre due il discorso non quadra sempre.
Le altre due sono delle infami: rinchiudono il cervello in una scatola di cera fatta di vaneggiamenti, inesattezze e inadeguatezze solo per farti compiere determinati gesti.
Tutti quei gesti che compi durante l’arco di una giornata variano in base ad ulteriori e molto spesso inspiegabili fattori, che possono non dipendere da quanta intelligenza riponi in essi.

Non importa quanta forza di volontà hai.
Non importa quanti e quali pensieri tu possa avere.
Non importa quale umore hai.
Non importa chi ti vuole bene o chi ti odia.
Non importa se ci sono 26°C o 1°C.
Non importa se al polso hai un bracciale e nelle mani un cd.
Non importa se sei in pigiama o in vestito da sera.

Dipendere vuol dire essere in un rapporto di subordinazione. Dipendere vuol dire avere qualcuno o qualcosa al di sopra di te, qualsiasi sia la tua altezza morale.
La dipendenza è a prescidere da te.
La dipendenza ti fa vivere in pendenza.

Una banale, inutile e finale considerazione che forse è meglio ribadire.

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In pancia

A pancia piena:
Oh sì, domani andrà meglio.
Ho deciso di smetterla.

“Togliti quei capelli dal viso, che hai dei begli occhi”.
Non ora, dai.

Un solo specchio basta a far crollare tutto.
Un solo fugace sguardo a quegli occhi che belli non sono.
Uno solo. Ma forse anche mezzo.
O forse, addirittura, è solo l’idea di uno sguardo.
Quell’idea ti ghiaccia le tempie.

“Non camminare a piedi nudi, puoi trovare dei vetri per terra”.
Non ora, dai.

Non andare oltre!
Blòccati.
Fèrmati.
Ascòltati.
Lo faccio sempre: c’è solo quel silenzio.

E allora mastica! Fallo!
Ma non sentire il sapore: non ne vale la pena.
Dentro di te tutto è acido.
Tutto sa di quel silenzio.

“Mettici sopra un pò di glassa di aceto: è una bontà indescrivibile”.
Non ora, dai.

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Una stretta di mano

Ci sono mani che vivono, delle quali io non so niente, ma ne percepisco il calore dello spostamento.
Ci sono mani forti, grandi, avvolgenti, le cui carezze bollenti ti infuocano le gote.

Ci sono mani ferme, di cui conosco ogni piega e ogni immobilità perenne.
Sono mani piccole, sottili, forate, le cui carezze aiutano il vento a raffreddarti le tempie.

E poi non ci sono mani.
Ci sono animi.

E tu…
hai deciso di indossare i guanti o hai scelto di toccare con mano?

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I moti dell’anima

Dall’altra parte del pianeta
trema il mare e tremano le terre
trema il cielo e tremano gli occhi.

Da questa parte del pianeta
scosse di vento che curvano le ali
che scuotono gli umori.

Contro il potere di tornare a frantumare,
contro la possibilità di ritornare a distruggere,
il tempo bisogna fermare
per ricordare
e imparare
che per volare
delle ali di coraggio bisogna saper guidare.

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Ilaria

Una poesia, Su un pezzo di carta. Con mille tratteggi di indecisione. Con una calligafria tondeggiante.

Ilaria,
triste e bella,
il tuo sguardo intenso
penetra il mio animo
dolorante e solo!
La tua mente acuta
comprende con facilità
il mio ostinato tentativo di avviarti a una vita futura
sempre più sicura.

Firmato
Vera Ciriolo

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Un anno

Un anno dalla sua scomparsa.

Dalla sua decisione presa in una totale cosciente impulsività.
Quella notte me l’ha confessato.
I suoi occhi erano decisi a essere pervasi dalla rabbia. Qualsiasi cosa fosse successa, doveva lasciarla libera di uscire.
La vedevo muoversi nel buio. Cercare con le mani quel qualcosa da mettere in bocca.
E vedevo i suoi occhi. Li vedevo attraverso quella luce che pulsava di rabbia.
Non sentivo il suo respiro, però.
Era senza fiato.
Era senza vita ancor prima di scomparire.
Eppure i suoi occhi erano così spalancati, così lucenti, così pieni di ardore.
E così pieni di dolore.

E allora, solo allora, ho capito.
Vedendola dormire pur non avendo sonno, ho capito.
Tenendo strette le sue mani che tremavano da ferme, ho capito.
Appoggiando la mia testa sulla sua spalla, ho capito.
Assistendo al suo pasto di morte, ho capito.

Ho capito che solo il dolore ti permette di vivere.

Un anno dalla sua scomparsa.
Un anno dalla sua nascita.

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