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	<title>Non chiedetemi perchè. &#187; Racconti</title>
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		<title>Il Re è (semi)nudo!</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 10:26:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[i vestiti nuovi dell'imperatore]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi hanno raccontato una fiaba. Una di quelle con una morale. Scritta da chi voleva insegnare qualcosa a qualcuno. Sarebbe una di quelle storie da leggere alle elementari, come compito a casa. Da farne il riassunto e cercarne il significato. Magari facendosi aiutare dagli adulti. Proprio quelli adulti che, leggendola, si dovrebbero rendere -tristemente- conto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi hanno raccontato una <strong>fiaba</strong>.<br />
Una di quelle con una morale. Scritta da chi voleva insegnare qualcosa a qualcuno.<br />
Sarebbe una di quelle storie da leggere alle elementari, come compito a casa.<br />
Da farne il riassunto e cercarne il significato. Magari facendosi aiutare dagli adulti.<br />
Proprio quelli adulti che, leggendola, si dovrebbero rendere -tristemente- conto che il compito è stato assegnato soprattutto a loro.</p>
<p>Insomma mi hanno raccontato una fiaba che si intitola così<br />
<strong>&#8220;I vestiti nuovi dell&#8217;Imperatore&#8221; di Hans Christian Andersen</strong>.<br />
Me l&#8217;hanno riassunta in poche, semplici, ma essenziali parole.</p>
<p>Eccola:<br />
<em>C&#8217;era una volta un Imperatore. Era un uomo presuntuoso e pieno di sé, il cui unico desiderio era avere a portata di mano sempre nuovi, eleganti e sfarzosi vestiti da sfoggiare nelle lunghe passeggiate al regno.<br />
Molti sudditi arrivavano in città per ammirarlo e congratularsi con lui.<br />
Un giorno due stranieri riuscirono a farsi accogliere con la scusa di essere dei grandi tessitori e di aver portato al Re un dono eccezionale: un vestito talmente bello da possedere un potere per il quale solo le persone più intelligenti  avrebbero potuto vederlo.<br />
&#8220;Con questi potrei scoprire chi nel mio Regno è stupido e chi no! Si, sono proprio dei bei vestiti. Vi pagherò tanto, affinché me li cuciate addosso immediatamente!&#8221; esclamò il Re.<br />
I due furbi tessitori, dunque, con un bel gruzzolo in tasca, cominciarono a tessere la tela vuota.<br />
&#8220;Com&#8217;è possibile che non veda nulla? Son forse stupido per davvero?&#8221; pensò l&#8217;Imperatore.<br />
Dal momento, però, che tutti nel Regno non facevano altro che meravigliarsi dei bei colori e della splendida stoffa, egli non poté dire la verità.<br />
Così, a lavoro finito, il Re indossò il bellissimo e sfarzoso &#8211; e invisibile &#8211; vestito per sfoggiarlo al corteo.<br />
&#8220;Le sta a pennello! E&#8217; un vestito preziosissimo!&#8221;, gli dicevano in coro. Ed egli, inorgoglito, passeggiava a testa alta, mentre due suoi sudditi gli tenevano lo strascico vuoto.<br />
Nessuno aveva il coraggio di dichiararsi stupido di fronte a tutta la città.<br />
Tutti quindi si adeguarono alla bugia dell&#8217;altro.<br />
Tutti <strong>tranne uno</strong>.<br />
&#8220;Ma il Re è nudo!&#8221; esclamò un bambino.<br />
La cosiddetta voce dell&#8217;innocenza.</em></p>
<p>Questo è quindi <strong>il vostro compito</strong>.<br />
Trovate una morale e se non ci riuscite, chiedete aiuto ai bambini.<br />
Dovrebbero essere loro a insegnarvi il coraggio della non-omologazione.</p>
<p>Per fortuna, ho ancora una parte bambina che mi rende burattinaia di me stessa.<br />
Per sfortuna, ogni tanto quei fili sono invisibili.<br />
Per me, purtroppo, <strong>il Re è ancora semi-nudo</strong>.</p>
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		<title>L&#8217;Oscurità &#8211; Intervista a Hubert Selby Jr.</title>
		<link>http://www.superilis.com/2011/01/19/loscurita-intervista-a-hubert-selby-jr/</link>
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		<pubDate>Wed, 19 Jan 2011 22:00:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Incontri]]></category>
		<category><![CDATA[Pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Hubert Selby Jr.]]></category>
		<category><![CDATA[oscurità]]></category>
		<category><![CDATA[rabbia.]]></category>
		<category><![CDATA[requiem for a dream]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[soffrerenza]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Quando abbandonerò il mio corpo capirò come iniziò il mio cammino. Ma sicuramente cominciò poco prima della mia nascita, 36 ore prima di nascere cominciai a morire. Morire diventa un modo di vivere. Nasciamo per questo. Ebbi un danno cerebrale causato da cianosi. Vi sembrerà incredibile, ma ero perfino bruttino! Feci il mio ingresso nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Quando abbandonerò il mio corpo capirò come iniziò il mio cammino. Ma sicuramente cominciò poco prima della mia nascita, 36 ore prima di nascere cominciai a morire.<br />
<strong></strong></p>
<p><span style="color: #800000;"><strong>Morire diventa un modo di vivere</strong>. <strong>Nasciamo per questo.</strong></span><br />
Ebbi un danno cerebrale causato da cianosi. Vi sembrerà incredibile, ma ero perfino bruttino! Feci il mio ingresso nel XX secolo urlando e mi trovai immerso nella rabbia. <strong>Non sono sicuro di conoscere tutto riguardo alla rabbia, ma ero avvolto in essa.</strong> Per tutta la mia infanzia osservavo il mondo e pensavo . Anche adesso, ma da bambino ancora di più, <strong>non capisco perchè le persone si feriscano l&#8217;un l&#8217;altra.</strong> Non lo capivo&#8221;.</p>
<p>- <em>Tu riscontri questa rabbia molto spesso?</em></p>
<p>&#8220;Sempre. Ma non la infliggo più a nessuno. La trattengo per un paio di secondi e poi la lascio andare.<br />
<strong>Concedo a me stesso questo lato dell&#8217;essere umano, essere fuori di testa per qualche secondo, perchè è l&#8217;unica cosa che alle volte mi reca sollievo. </strong></p>
<p><strong><span style="color: #800000;"> <a href="http://www.youtube.com/watch?v=KSY4Yi2ypno&amp;feature=related" target="_blank">Sono oppresso dal dolore di vivere.</a></span></strong></p>
<p>[...] <strong>Una delle maggiori forme di sofferenza è cercare di negarla</strong>, negare quella parte della condizione umana che deve provare sofferenza&#8221;.</p>
<p>- <em>Qual è la funzione della sofferenza?</em></p>
<p>&#8220;La funzione, se ho capito bene, è farmi sapere che la mia percezione è distorta. Sto giudicando degli eventi naturali in maniera da creare sofferenza all&#8217;interno di me stesso. Per esempio, succede qualcosa che può farti soffrire e se pensi che stai per provare dolore, soffrirai di meno. <strong>La resistenza e il grado di resistenza ai naturali fenomeni della vita genera tremenda sofferenza.</strong></p>
<p>[...] Non credo che la vita ci faccia imbattere in un problema senza averci già dato la soluzione. E&#8217; impossibile avere un problema senza avere anche la soluzione. <strong>Però le idee annebbiano tutto e la soluzione non riesce a sgorgare fuori dalla coscienza.</strong></p>
<p>[...] Sapevo che un giorno sarei morto. Non sarebbe andata come le altre volte che ero sul punto di morire e poi sopravvivevo, sarei morto davvero. Subito prima di morire sarebbero accadute due cose: avrei rimpiato la mia intera vita e avrei rivissuto tutta la mia vita. Poi sarei morto. Questo mi terrorizzò.<br />
Che idiozia! Vivi la tua vita 60, 80, 135 anni, alla fine la guardi e dici:&#8221;L&#8217;ho sprecata&#8221;. Ma ora è tardi. Dovevo fare qualcosa della mia vita.<br />
Conoscevo l&#8217;alfabeto e ho pensato che avrei potuto scrivere. A volte le distorsioni, la follia, l&#8217;arroganza possono lavorare a tuo vantaggio.</p>
<p>[...] <strong>Lo capisco adesso che sono uno scrittore! Ecco perchè</strong>. Ma ero giunto a quella conclusione grazie al mio errato modo di ragionare. Ecco quello che devo fare. Non so tracciare una riga dritta. Sono senza talento. <strong>Probabilmente sono la persona con meno talento mai nata. Non ho alcuna abilità naturale.</strong><br />
[...] Ma avevo questa ossessione di fare qualcosa della mia vita. Non volevo sprecarla. Così ogni sera tornavo a casa e scrivevo. Usai risme e risme di carta.</p>
<p>[...] <strong>Credo di conoscere meglio l&#8217;oscurità che la luce.</strong> E&#8217; più facile scrivere dell&#8217;oscurità che della luce. La conosco meglio. Che senso ha scrivere se non posso fare riferimento alla sofferenza della gente? Non potrei offrire una soluzione al loro dolore.</p>
<p>[...] <span style="color: #800000;"><strong>Mi sento a mio agio con l&#8217;oscurità.</strong></span> Dal punto di vista intimo, perchè ho cominciato a morire fin dalla più tenera età. Dal punto di vista esterno, perchè quando hai questa consapevolezza interna, la proietti verso il mondo esterno.<br />
[...] Ho trovato dentro di me una tale consapevolezza dell&#8217;oscurità, che anche nel mondo esterno vedo la stessa cosa.</p>
<p><strong>Abbiamo bisogno della saggezza per salvare le nostre anime</strong>&#8220;.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Io, Madre di un Calciatore</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2010 19:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Devo essere fiera di mio figlio. Fiera di mio figlio. Questa volta. Io lo sono, certo. Ma perché mi sono fatta convincere&#8230;se me ne stavo a casa mia, non era meglio? Santo cielo&#8230;non ce la faccio a guardare. Deve ancora iniziare e già mi sale l&#8217;ansia. Ecco, le caldane. Uff, che caldo che fa stasera! [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p>Devo essere fiera di mio figlio. Fiera di mio figlio. Questa volta.<br />
Io lo sono, certo.<br />
Ma perché mi sono fatta convincere&#8230;se me ne stavo a casa mia, non era meglio?<br />
Santo cielo&#8230;non ce la faccio a guardare. Deve ancora iniziare e già mi sale l&#8217;ansia. Ecco, le caldane. Uff, che caldo che fa stasera!<br />
Ma che ci faccio qui, io mi chiedo. A casa mia c&#8217;è più fresco e più calma, soprattutto.<br />
Devo essere fiera di mio figlio. E lo sono.<br />
Sono fiera di lui. Il problema è un altro. Il problema vero è che non ho mai avuto fiducia in lui. Non gliel&#8217;ho mai detto e lui non se n&#8217;è mai accorto. Penso. Si, ne sono sicura. Non è stata colpa mia o delle mie insicurezze. Quello che ha fatto non è stata una conseguenza. Macché&#8230; Io lo so. Non sono ancora rimbambita del tutto e io ho capito e so perché l&#8217;ha fatto. Maledetto &#8216;sto posto e maledetti tutti! Ah&#8230; che ansia!<br />
Oh, Carlo, marito mio&#8230; Ti odio! Dio caro, Carlo, mi hai lasciata da sola con lui! Lo sapevi che andava a finire così! Ma non dovevo andarmene prima io? Sei sempre il solito, sei sempre inaffidabile&#8230; Mai, mai, mai ti sei tolto &#8216;sto vizio di scappare dai tuoi doveri. Dovevo immaginarmelo già da quel giorno.<br />
<em><br />
Fischio di inizio partita</em>.</p>
<p>A cosa penso? Penso a quella sera. La sera in cui, come si dice, cambia tutto. Ma tutto cosa? E chi lo sa. So solo che da allora non mi ritrovo più. Non so più dove sono. Chi sono, sì, lo so. Una madre. Ma il mio posto all&#8217;interno della vita io ancora lo devo trovare&#8230; Che sciocca. Che vecchiarella depressa sto diventando. Forza Carmela, forza! Guarda le mie mani, Carlo. Guarda come sono diventate. La mia pelle&#8230; che schifo! Tornerei volentieri a quando tutto è cominciato. Quella sera di novembre quando è cambiato tutto. Io avevo la mia teiera sul fuoco che fischiava. Ma per quanto ha fischiato? Il suono lo ricordo, simile a questo fischio di adesso, però era più acuto e mi sembra che sia durato&#8230; penso&#8230;boh! Non lo so, non lo so, non pensavo al the allora. Diventare madre è doloroso. Credi che io possa pensare al the sul fuoco, secondo te? Stava nascendo quello che per nove mesi avevo nutrito qui, dentro a questa pancia. E&#8217; la mia, di pancia. Questo lardo che ho addosso adesso.</p>
<p><em>Goal mancato: boato della gente</em>.</p>
<p>E chi se le scorda le urla! Oh, e tu dov&#8217;eri, Carlo? Dov&#8217;eri quella maledetta sera che urlavo? Dove? Vedi&#8230;lo vedi che non ci sei mai? E adesso? Dove sei? Carlo, marito mio&#8230;Mi manchi! Devo ammetterlo che mi manchi! Eri l&#8217;unico che sapeva metterlo in riga! E tu ti fidavi di lui, ne eri orgoglioso, fiero e ti fidavi di lui. Ma come hai fatto a fidarti di lui? Ti invidio, sai. Ti invidio,  perché sei riuscito a fregartene quanto basta di quello che è successo, di quello che ha fatto. Te ne sei fregato, Carlo? Come hai potuto non parlare con me? Perché non mi hai detto niente di cosa provavi, di cosa hai provato, di quanto stavi male?  Stavi male, Carlo? Non sei mai venuto da me a chiedermi cosa avessi provato io, però, io, unica madre stronza che non si è fidata di lui. E&#8217; questo che pensi di me, vero? Si, lo penso anch&#8217;io, stai tranquillo.<br />
Ah, no&#8230;non provare a scappare ora. No, mio caro. Ora mi stai a sentire.<br />
Vuoi che mi debba fidare di lui? Lo vuoi veramente? Ma ti sei mai reso conto di quanto io abbia amato mio figlio?<br />
Ho partorito da sola, se ben ricordi. Io l&#8217;ho visto pieno di sangue. Una palla di carne piena di sangue  che urlava. Quanto fiato aveva! Tu non puoi sapere, nemmeno immaginare quanto fiato avesse in corpo! Un essere piccolo, piccolo, piccolo come quelli che vedo ora  laggiù, in mezzo al verde. Piccoli, piccoli esseri, ma lui mi sembrava ancor più piccino, più piccolo di piccino, non so definire quanto. E poi era debole. Dovevo proteggerlo o no, visto che tu non c&#8217;eri? Dov&#8217;eri, Carlo, dimmelo!<br />
Però, devo dire che quella notte, quando cambiò tutto, quella notte non ti volevo vicino a me. Ero giovane, bella, magra, prima di quella notte. Quella notte, invece, ero solo sudore. Vuoi sapere la verità? Ero felice. Una felicità che non ho più sperimentato una seconda volta. No, nemmeno quella seconda volta ero felice quanto quella notte. Però sudavo! Come una capra!<br />
E anche ora&#8230; Uff, che caldo che fa stasera!</p>
<p>“<em>Mi scusi, gentile ragazzo, si faccia più in là! Non vede che mi sta addosso? Cosa?! Ma come si permette! Ragazzaccio maleducato che non è altro! C&#8217;è mio figlio lì, io ho il diritto di vedere come tutti gli altri! Ma lardone ci sarà lei! E si sposti adesso! Maleducato! Ecco vada, vada che è meglio! Vada a quel paese!</em>”</p>
<p>Inconcepibile. Carmela, calmati. Carmela, respira. Inspira ed espira, come ti ha insegnato papà. Uno, due. Uno, due. Va bene, ok.<br />
Ma che razza di maleducato, insolente, ragazzino! Ma con chi devo avere a che fare, io. E se me ne stavo a casa, non era meglio? No. Solo per questa volta, solo per questa volta, Carmela, fai la madre come si deve. Non rovinare tutto di nuovo. Ma rovinare che cosa? Cosa? Io non ho fatto niente. Non ho colpe, io. Per che cosa dovrei sentirmi in colpa? Io ho fatto il mio dovere. Si, è vero. Non mi fidavo di lui, e allora? Perché, tu ti credi migliore di me come genitore solo perché ti sei fidato, Carlo? E ti sei fidato, bravo, complimenti, marito mio. Ti sei fidato e alla fine chi ha avuto ragione? Io! Sempre io ho ragione, Carlo, sappilo. Sappi che, dopo che te ne sei andato, lasciandomi sola, io ho avuto sempre ragione. Solo che tu non lo sai. Non hai la benché minima idea di cosa ho dovuto affrontare senza di te e quanto ho dovuto usare queste mani e queste braccia flaccide per farmi forza. Non volevo avere ragione, io. Non è la ragione che bisognava usare in quel momento. E non ho usato la ragione che mi spettava, mio caro. No. No. Non è assolutamente così. Ti stai sbagliando. Io non avevo intenzione di avere ragione a tutti i costi! Io volevo sbagliare, terribilmente sbagliare!<br />
Sono sempre stata intransigente, tu lo sai. Mi hai conosciuta. Io sono testarda. Lo ammetto, si. Sono testarda. Ma credimi, credimi, col cuore in mano te lo sto dicendo. Ti sto dicendo che io, quella volta, io&#8230;io&#8230;volevo essere nel torto! Perché mi hai lasciata, Carlo? Dove sei adesso che sto invecchiando da sola, che sto invecchiando con lui? Ho voglia di piangere, Carlo. E io non piango mai.</p>
<p><em>Fischio di fine primo tempo</em>.</p>
<p>Quest&#8217;acqua è pipì. Ma quanto caldo fa? &#8216;Sta terra ci sta cacciando, ci abbrustolirà tutti quanti, ci farà arrosto e ci condirà con olio e sale e, per chi vuole, con una spruzzatina di limone, prima di mangiarci vivi, ci inghiottirà ancora caldi e fumanti. Che bella prospettiva. Ma a me non interessa. E&#8217; che non mi interessa più niente. Mi importa solo di trovare il mio posto su questa terra prima che mi trasformi in una bistecca arrosto. Dove andrò a finire, io? Sono una madre. Io-sono-una-madre. L&#8217;ho già detto. Madre. Mamma, mi piace di più come parola. Più morbida. Come la parola pandoro o plumcake. Sembra che ci si possa rimbalzare sopra. Quindi, il mio posto nella vita sarebbe questo? Stare a guardare una vita che cresce? Ma questo non è un posto. Questo è un compito. Che, tra l&#8217;altro, so di svolgere abbastanza bene, per mia modestia. Quello che è certo è che mi sono fatta da me. Tu lo conosci, Carlo, mio padre. Almeno credo che tu lo conosca. Lo conosci? Non è che sei stato un granché cordiale con i miei genitori, Carlo, eh. Devi ammetterlo che sei stato alquanto maleducato le poche volte che ci siamo riuniti tutti quanti. Ok, ok. Scherzo. Mi fai sorridere. Eri buffo. Le uniche volte che ti ho visto imbarazzato tanto da sembrare un imbranato. Lui ti chiamava “imbecille” quando non c&#8217;eri, lo sai? Beh, adesso lo sai. Prima o poi te lo dovevo dire. Per mio padre non sei mai stato un genio. Sai che novità! Chi poteva essere un genio per mio padre sulla faccia della terra se non soltanto lui stesso in persona&#8230; Stai tranquillo, Carlo. Io non ho mai creduto che tu fossi “imbecille”. Io odiavo mio padre. Lo sai. Si, lo odiavo. Odiavo, odiavo con odio. E perché dovrei nascondere questo sentimento che avevo per lui, se è la verità! Io non voglio precludermi di essere sincera solo perché altrimenti ferirei qualcuno. Ma chi potrei ferire, adesso, Carlo? Lui è morto, non c&#8217;è più. Tu non ci sei più, nemmeno. Non so. Dove sei, Carlo? Mi hai lasciata sola, Carlo. Sola. Non te lo perdonerò mai, Carlo, mai, sappilo. Perché potevi fermarlo, solo tu potevi, Carlo. Te ne rendi conto che solo tu potevi farlo, perché solo a te dava retta? Solo a te! A me no. Io non esistevo. Non esisto. Io sono solo “mamma”. Solo una parola, vero? Di che parlavate voi due, Carlo? Voglio saperlo.</p>
<p><em>Fischio inizio secondo tempo</em>.</p>
<p>Sto invecchiando. Mi sto ammorbidendo. Sto diventando un pezzo di pane. Farò la fine di mio padre, Carlo.</p>
<p>“<em>Mi scusi, signorina, a che punto stanno? Parità? Bene&#8230;Grazie. Oh, io non tifo per nessuno. Sono qui per caso, sì. Certo, tenga, ci mancherebbe! Tanto io non la bevo più, si figuri. Si, con questo caldo è diventata brodino! Di nulla, mia cara.</em>”</p>
<p>Non finisce più &#8216;sto strazio.<br />
Chi me l&#8217;ha fatta fare, tanto non mi vede lo stesso da laggiù.<br />
Ma per favore, ma a chi la dai a bere, Carmela cara, carissima. Tu sei qui per un motivo ben preciso, Carmelina. Smettila di fare la bambina, apri gli occhi, vuoi essere sincera per una volta o no?<br />
Dio caro, sto diventando proprio come lui. Vecchia, rimbambita, che parla da sola. Voglio essere rinchiusa in un ospizio pure io a fare un bel niente dalla mattina alla sera. E invece no, siccome sono qui, devo fare la mamma e preoccuparmi di tutto io, dato che tu, Carlo maledetto, non ci sei.<br />
E perché non ci sei? Perché hai avuto paura, Carlo. Paura? Ma che uomo sei, santo cielo! Che uomo sei! Hai avuto paura di affrontare il dolore. Sei un rammollito. Gli uomini sono dei rammolliti, fifoni, con un livello di sopportazione del dolore ridicolo. Che squallore. Che uomo sei, Carlo. E tu sei migliore di me solo perché ti sei fidato di lui? Che senso ha fidarsi di un ragazzo che ha rovinato la propria vita? Che ha fatto quello che ha fatto? Ti piaceva il lavoro che faceva, eh? Eri invidioso di lui, ammettilo. Hai avuto paura tu per lui, Carlo? O hai semplicemente voluto seguirlo e provare le sue stesse sensazioni, Carlo? Carlo, cazzo. Non dico mai parolacce, Carlo, cazzo. Adesso le dico, adesso mi sfogo, Carlo. Voglio delle risposte, le voglio, le voglio, le voglio. Ecco perché non mi trovo più in questo mondo. Non c&#8217;è posto per me, qui. Come faccio a fidarmi di lui se prima non mi vengono date delle risposte. Mi hai lasciata sola, con lui che sta laggiù, a correre appresso a una palla, con me che rivivo tutto quello che ho vissuto prima di quel giorno, mentre tu te ne sei fregato, Carlo. L&#8217;hai seguito. Hai voluto fare il padre fino in fondo? Bravo. Ti applaudo. Mille volte complimenti.<br />
E ora?<br />
Ora è tutta un&#8217;incognita. Sai quando si dice che il passato insegna, che gli errori una volta fatti, dovresti non rifarli più perché dovresti imparare da essi? E&#8217; una grande-grossa-immensa-cavolata. Cazzata. Stronzata. Perché adesso io, in base a questa regola, dovrei aver imparato a fidarmi di mio figlio. Dovrei, adesso, fare il tifo per lui, gioire di ciò che fa. Si, certo. Come no. Io, gioire. Carlo, mi ci vedi a me a gioire? A saltellare dalla felicità mentre lo vedo correre su quel quadrato verde?<br />
Non posso!<br />
Ho una brutta sensazione, Carlo. Bruttissima.<br />
<em><br />
Fischio di fine partita. Parità</em>.</p>
<p>Dio, ti ringrazio, è finita.<br />
Ora vado, Carlo. Mi starà aspettando. Questa volta sarò fiera di lui, lo prometto.<br />
E&#8217; finita in parità, per fortuna. Nessuno ha vinto.<br />
Ma nessuno vince mai, vero, Carlo?<br />
Non ha vinto nostro figlio, il nostro campione, che si è gettato dal settimo piano solo per aver sbagliato il rigore a quella partita del cazzo.<br />
Non hai vinto tu, che ti sei ammazzato con il fucile da caccia di mio padre.<br />
Non ho vinto io, che sono rimasta qui su &#8216;sta terra, con qualcosa di tuo in grembo che cresceva.<br />
E non ha vinto nemmeno lui, adesso, il nostro secondogenito che mi ha costretto a venire qui, per vedere la sua prima partita di calcetto.<br />
Questa volta andrà diversamente, Carlo. Te lo prometto. Io ho sempre ragione, sappilo.<br />
Abbi fiducia in me, per una beneamata volta.</p>
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		<title>Irsina: Fuori Dal Tempo</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 19:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Passato]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[irsina]]></category>

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		<description><![CDATA[Mani incrociate dietro la schiena con le chiavi che tintinnano ad ogni passo, ciondolando giù dal dito indice di una mano. Giacca blu un pò scolorita e pantaloni di lana grigi fanno da scudo al vento abituale gelido di questa collina e il cappello, a coprire i pochi peli bianchi rimasti, cerca di aggrapparsi come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-113" style="margin: 6px;" title="irsina" src="http://www.superilis.com/wp-content/uploads/2010/01/3656143359_506677c048.jpg" alt="irsina" width="435" height="326" />Mani incrociate dietro la schiena con le chiavi che tintinnano ad ogni passo, ciondolando giù dal dito indice di una mano. Giacca blu un pò scolorita e pantaloni di lana grigi fanno da scudo al vento abituale gelido di questa collina e il cappello, a coprire i pochi peli bianchi rimasti, cerca di aggrapparsi come meglio può.</p>
<p>C&#8217;è un&#8217;aria misto fumo più fieno attorno al mare di vecchietti che ondeggia lento di qua e di là sulle mattonelle sconnesse del marciapiede del solito &#8220;corso&#8221;. Abitualmente si possono scorgere dei piccoli cani randagi che annusano con attenzione i tronchi di ogni albero posti ai bordi della carreggiata per scovare il punto giusto dove segnare il proprio territorio con il solito simbolo dell&#8217;urina.<br />
Se ci si pone in un punto ben preciso al centro della strada, sopra la leggera salita, guardando giù, il campanile della Chiesa Immacolata colora di un beige caldo anche il cielo sovrastante. E&#8217; come se quella strada portasse alla mente i suoni e le immagini di migliaia di piedi in movimento.</p>
<p>Ed ecco che il pensiero stende l&#8217;orecchio al suolo: il grano, i pomodori rossi, il rimbombo del trattore si fanno spazio nel cervello.<br />
Ed ecco che le palpebre danno luce alla vista di operose donne sedute su sedie in paglia che, in calzamaglia e scialle, compongono all&#8217;uncinetto vere e proprie opere d&#8217;arte su lana.</p>
<p>Chiudendo gli occhi, tutto ciò che richiama Irsina è il profumo di pane caldo appena sfornato che ti sfiora il viso e accompagna i tuoi pensieri fino alla distesa verde dei campi circostanti.<br />
Volando sospesi su di una nuvola, giornaliera compagna del paesino, ripercorrere le viuzze che si intrecciano nella roccia è quasi mistico.<br />
Riconosci il tetto della cattedrale di un marrone cupo e riesci ad attraversarlo entrandoci dentro, così che il tuo spirito possa ripercorrere la navata centrale.<br />
Ed ecco spuntare una simpatica nonnina, mani giunte, capo chino, con al collo una croce d&#8217;oro.</p>
<p>L&#8217;eco del respiro batte sui muri e piano, con dolcezza, accarezzi il sapore di una civiltà ancora antica.<br />
Tanto verde, poco asfalto, tanta tradizione, poca tecnologia.<br />
Congelata nel tempo che fu, la collina appare isolata da verdi-gialli tronchi d&#8217;albero. In realtà è solo 600 metri circa al di sopra del livello del mare, ma la tua mente non può far altro che portarla a vette più alte.</p>
<p>Lasciandotela alle spalle, la puoi sentire allungarsi nel verde.<br />
E subito ti accorgi che l&#8217;unica cosa che ti mancherà sarà il lento ondeggiare del mare di vecchietti che insegue quasi inconsciamente il fluttuante gelido vento irsinese.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>In memoria della mia (ex) casa estiva</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jan 2010 18:42:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Passato]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il cancello in ferro battuto, basso, con le iniziali del nonno materno colorate di bianco e decorate, lascia intravedere una stradina ciottolata delimitata da cespugli incolti, dalle forme irregolari e foglie secche. Sopra questi sale forte e vigorosa una palma e i suoi rami si appoggiano accarezzando, aiutati dal vento, il tetto di una vecchia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-107" style="margin: 6px;" title="est" src="http://www.superilis.com/wp-content/uploads/2010/01/08072006001.jpg" alt="est" width="335" height="251" />Il cancello in ferro battuto, basso, con le iniziali del nonno materno colorate di bianco e decorate, lascia intravedere una stradina ciottolata delimitata da cespugli incolti, dalle forme irregolari e foglie secche.</p>
<p>Sopra questi sale forte e vigorosa una palma e i suoi rami si appoggiano accarezzando, aiutati dal vento, il tetto di una vecchia casa estiva, con intonaco a vista, decadente.</p>
<p>Sul cornicione una lucertola verde spicca nel bianco dell&#8217;intonaco, dirigendosi verso la porta chiusa. Il vetro di quest&#8217;ultima è rotto e il vento produce un leggero fischio battendo su di essa.</p>
<p>Alle spalle del cancello, si sente sempre più vicino l&#8217;arrivo di una macchina e poi di un&#8217;altra e di un&#8217;altra ancora. L&#8217;asfalto è bollente anche per il sole battente.</p>
<p>L&#8217;aria si rinfresca con lo sguardo che coglie il mare. E&#8217; leggermente mosso. Se ne può sentire l&#8217;odore di sale.</p>
<p>Camminando a piedi scalzi sugli scogli, sopportando il leggero dolore che questi comportano, arrivi all&#8217;acqua, metti i piedi in essa. E&#8217; fredda, senti un leggero brivido accompagnato dal vento. Alzi, qui, gli occhi al cielo e, in un batter d&#8217;occhio, il rossore del sole sull&#8217;acqua è sostituito dalla lucentezza di una luna ben tonda che illumina il mare con la stessa forza del sole.</p>
<p>Con i piedi bagnati arrivi, di nuovo, al cancello di ferro battuto e intravedi una fonte di riposo: una sedia in legno con sopra un cuscino ricamato dalla nonna materna. Lo stringi forte e senti il suo profumo.</p>
<p>Ti siedi e, ad occhi chiusi, osservi i particolari che ti circondano.</p>
<p>All&#8217;improvviso è buio.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Per Chi Ama Quanto Lui: Jacopo Ortis di Ugo Foscolo</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 19:21:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[In Passato]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[foscolo]]></category>
		<category><![CDATA[jacopo]]></category>
		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[ortis]]></category>
		<category><![CDATA[ugo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8230;Delle lettere appassionate di un giovane in fuga a suo tempo ottimista nel &#8220;grande liberatore&#8221; e ottimista nel grande amore. E sì, perché chi segue il proprio cuore lo fa inconsciamente, riponendo fiducia in chi semina libertà, in chi semina protezione e soprattutto lealtà. Un tradimento nazionale, patriottico: la sua città invasa da gente mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#8230;Delle lettere appassionate di un giovane in fuga a suo tempo ottimista nel &#8220;grande liberatore&#8221; e ottimista nel grande amore.</p>
<p>E sì, perché chi segue il proprio cuore lo fa inconsciamente, riponendo fiducia in chi semina libertà, in chi semina protezione e soprattutto lealtà.<br />
Un tradimento nazionale, patriottico: la sua città invasa da gente mai vista, mai conosciuta, resasi antipatica per l&#8217;arrivismo e l&#8217;imposizione di potere.<br />
Il suo grande capo, Napoleone, l&#8217;aveva tradito, aveva tradito il suo lavoro, la sua mente, le sue idee. Ormai non era più il simbolo supremo di libertà e uguaglianza, ormai era stato corrotto, ormai si era scoperto che era come tutti gli altri&#8230;Vendere Venezia! La sua Venezia!</p>
<p>Non rimaneva che andarsene, partire, fuggire, alla scoperta di nuove cose, sgombrare la mente. Non poteva vivere in un posto così corrotto.<br />
Il suo corrispondente Lorenzo cercava invano di dissuaderlo, di minimizzare l&#8217;accaduto perché, in fondo, bisogna tollerare&#8230;<br />
No! Il suo cuore da patriota non glielo permetteva.</p>
<p>E allora visita città, conosce gente, fa amicizia, scambia opinioni, ma tra le righe delle sue lettere si scorge ancora l&#8217;amarezza di una patria per cui aveva speso tutta la sua giovane vita.<br />
Sembra che niente possa fargli pensare ad altro finché un giorno il suo cuore apre le porte ad un&#8217;altra passione, una passione che coinvolge tutti i sensi, anzi li sconvolge.</p>
<p>Tra i tanti amici conosciuti c&#8217;è il signor T***, un ricco benestante, e le sue due figlie.<br />
Lo invita a cena o al rinfresco. Un pomeriggio chi lo accoglie è la figlia maggiore: grande sorriso, capelli biondi, viso angelico, movenze eleganti.<br />
Insomma: una favola, racconta al suo amico corrispondente.<br />
Una fitta al cuore, un pugno allo stomaco, come lo si vuol chiamare lo si chiami, sta di fatto che ora ciò che aveva in mente era solo lei.<br />
Lei che dipinge, lei che suona l&#8217;arpa, lei che canta.<br />
Lei.<br />
Adesso abitualmente frequentava la casa del signor T*** per lei.<br />
Dopo giorni e giorni, la ragazza cominciava ad accorgersi di tante attenzioni e di tanti complimenti. Vedeva il giovane con occhi luccicanti da sognatore.<br />
Ma come tutti i sogni, al momento del risveglio, anche quello svanì.<br />
La bella Teresa era costretta in sposa al freddo, gelido Odoardo: uomo per bene, acculturato, sempre in tiro, sguardo fisso, senza paura, senza sconvolgimenti. Praticamente l&#8217;opposto del giovane patriota, sempre immerso in appassionati sentimenti, imprevedibile, ma vero e puro.</p>
<p>Jacopo è così com&#8217;è: semplicemente innamorato di Teresa e &#8220;semplicemente&#8221; deluso, affranto nel sapere il destino dell&#8217;amata. Ma nel suo cuore vi era la speranza alimentata dal fatto che la bella aveva trovato in lui un amico, e poi un amico speciale e alla fine l&#8217;amore, esploso con un bacio, pieno di illusione, ma simbolo d&#8217;amore vero.</p>
<p>Anche il cuore di Teresa era appassionato come quello di Jacopo. Ma lei piangeva e piangeva. Si disperava, non accettava la sorte assegnatale. E Jacopo soffriva e soffriva. I sensi di colpa non gli permettevano più di godere dell&#8217;amore. Non poteva sopportare di essere la causa dell&#8217;angoscia lacerante dell&#8217;amata.</p>
<p>E allora fugge, come sempre.<br />
E&#8217; fuggito allora e fugge adesso. La fuga lo allontana: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.<br />
La patria, l&#8217;amore&#8230; Cosa aveva fatto per meritarsi tutto questo? Cosa?</p>
<p>Si trascinava, ormai. Portava avanti di qua e di là, da una città a un&#8217;altra, il suo corpo come sacco vuoto.<br />
Una vita breve, ma intensa, piena di sacrifici, delusione, sconfitte.<br />
Ciò che gli rimanevano erano le lettere e il suo amico Lorenzo, che gli faceva da confidente e ascoltava con interesse i suoi racconti di viaggi.<br />
Ma non sempre è stato così facile per Lorenzo.<br />
Doveva prendere una decisione: dirglielo o non dirglielo. In quanto migliore amico aveva l&#8217;obbligo di riferirglielo, nonostante le tragiche conseguenze: Teresa era diventata la moglie dell&#8217;&#8221;incorruttibile&#8221; Odoardo.</p>
<p>&#8230;No! Grandi speranze infrante! Precario guadagnato equilibrio distrutto!<br />
No! Non può essere&#8230; Era stato tradito due volte.<br />
Cuore di nazione e cuore d&#8217;amore. Due fondamentali passioni che accenderebbero l&#8217;animo anche al più malefico, tutt&#8217;e due bruciate.</p>
<p>E torna a Venezia.<br />
Ritrova la madre, l&#8217;amico Lorenzo.<br />
Li saluta, li bacia, li abbraccia e in fretta fugge dalla vita.<br />
Muore fuggendo.<br />
La soluzione ai problemi la trovava sempre nella fuga, e adesso è fuggito per sempre.</p>
<p>Quale grande ricordo resterà&#8230;<br />
Ricordo di un uomo incline al sentimento, un uomo col cuore aperto alle occasioni della vita, che non sono sempre idilliache. Cuore infranto, deluso.<br />
Cuore amareggiato, come quello dell&#8217;autore che l&#8217;ha creato.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le Cose Che Non Ho Mai Avuto Il Coraggio Di Dirti</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Nov 2009 20:13:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[6.32 a.m. “Uomo, sulla sessantina, ferite multiple all’addome e al torace…” Fabio è disteso sulla barella. Ha indosso una giacca grigia in parte lacerata e dei pantaloni blu scuri. Il suo volto è ricoperto di sangue e lividi. Ha una mascherina di plastica a coprire la bocca. Vari infermieri agitano le mani sopra il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>6.32 a.m.</strong><br />
“Uomo, sulla sessantina, ferite multiple all’addome e al torace…”<br />
Fabio è disteso sulla barella. Ha indosso una giacca grigia in parte lacerata e dei pantaloni blu scuri. Il suo volto è ricoperto di sangue e lividi. Ha una mascherina di plastica a coprire la bocca. Vari infermieri agitano le mani sopra il suo corpo. C’è chi gli infila una flebo in un braccio, chi lo tiene fermo per l’altro, chi urla “Fate spazio!” e chi lo trascina velocemente di qua e di là tra i corridoi del Pronto Soccorso di Matera. </p>
<p><strong>6.32 a.m.</strong><br />
E’ ancora buio a Milano quando Giulia apre gli occhi. La luce del PC in standby sul comò le illumina la parte destra del viso. Dal comodino prende la sveglia rosa e, avvicinandosela al naso, controlla l’ora.<br />
La ripone sul comodino. Chiude gli occhi girandosi dall’altro lato.</p>
<p><strong>6.36 a.m.</strong><br />
Fabio è sulla barella al centro della sala operatoria, con un tubicino infilato in bocca e un camice azzurrino. I medici intorno a lui operano indossando camici chi di colore verde e chi bianco e delle mascherine di colore uguale. Hanno alle mani guanti in lattice.<br />
Due o tre infermieri dietro le spalle dei medici avvertono i presenti che la pressione è crollata e che si intravede un’emorragia addominale.</p>
<p><strong>6.37 a.m.</strong><br />
Con la faccia mezza nascosta dal cuscino, Giulia apre gli occhi. Si gira di scatto a guardare il soffitto e sbuffa. Riprende la sveglia e ricontrolla l’ora. Rimane con in mano la sveglia a fissare il soffitto, mentre i suoi piedi cominciano a muoversi nervosamente sotto le coperte.</p>
<p><strong>6.38 a.m.</strong><br />
I medici vestiti di verde cominciano ad agitarsi e a impartire ordini a degli infermieri che guardano costantemente uno schermo nero con una linea verde che si sta appiattendo. “C’è un problema: il tubo dovrebbe drenare, ma è tutto ostruito”. </p>
<p><strong>6.42 a.m.</strong><br />
Sbuffando, con ancora gli occhi fissi sul soffitto, Giulia si toglie il piumone da dosso. Stringe tra le mani l’orologio e lo fissa, ancora una volta sbuffando. Disattiva la sveglia e la ripone sul comodino. Intanto, la luce flebile del sole comincia a filtrare dagli infissi della finestra.</p>
<p><strong>6.43 a.m.</strong><br />
Da un tubo impiantato nel busto di Fabio, fuoriesce un’abbondante quantità di sangue che si espande sul pavimento a quadri bianco e nero. “Ok, ne aveva circa un litro nel torace”. “No, di più”.<br />
Intanto, gli infermieri di fronte allo schermo annunciano che i battiti sono in calo.</p>
<p><strong>6.45 a.m.</strong><br />
Giulia entra in bagno e accende la luce dello specchio. Il suo viso è pallido. Con degli schiaffetti sulle guance, cerca di ravvivare gli zigomi. Ci rinuncia subito dopo. Si avvicina allo specchio per controllarsi un brufolo sul mento.</p>
<p><strong>6.47 a.m.</strong><br />
I medici in verde hanno in mano vari attrezzi e cercano velocemente di fermare il sangue, mentre un aiutante tampona delicatamente la parte esterna della ferita. Il viso di Fabio ormai è bianco latte. Gli infermieri tengono il conto dei battiti.</p>
<p><strong>6.49 a.m.</strong><br />
Giulia accende la luce in cucina. Per prendere il latte, apre leggermente il frigorifero, ma lo richiude nel momento stesso in cui il suo sguardo scorge una foto attaccata sullo stesso.<br />
Si ferma un secondo a guardarla, sorride e poi la prende in mano.  Sul retro c’è una scritta che riporta “1988 Mancaversa, primo mese di Giulia”.</p>
<p><strong>6.51 a.m.</strong><br />
“Il battito è nullo. Ci vuole in defibrillatore, presto!”. Un’infermiera pronta alle spalle del medico gli porge l’apparecchio che viene poggiato sul torace di Fabio. “Libera!”. Il corpo sobbalza.</p>
<p><strong>6.51 a.m.</strong><br />
Giulia ha ancora in mano la fotografia. Scuote leggermente la testa, sorridendo. L’immagine ritrae una bambina pacioccona in braccio a un uomo grassottello. Sono la fotocopia l’uno dell’altro. Sullo sfondo, un mare agitato. </p>
<p><strong>6.52 a.m</strong>.<br />
“Libera!”, il corpo sobbalza, ricadendo pesantemente sulla barella. I medici cominciano ad agitarsi. “Battito?”. “Nullo!”. “Riproviamo. Libera!”. Il corpo sobbalza di nuovo.</p>
<p><strong>6.52 a.m.</strong><br />
Giulia accarezza col pollice il viso dell’uomo ritratto sulla fotografia. Chiudendo gli occhi, con un pugno, tira due piccoli colpetti sulla fronte, scuotendo leggermente la testa nel frattempo.</p>
<p><strong>6.53 a.m.</strong><br />
“Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo! Forza, un’altra volta! Libera!”. Il corpo di Fabio sobbalza la terza e la quarta volta.</p>
<p><strong>6.53 a.m.</strong><br />
Dalla libreria in salotto, Giulia prende un libro con una copertina nera e la scritta in rosso. Lo apre e ne estrae una lettera ripiegata in quattro parti. Il titolo recita: “<em>Le cose che non ho mai avuto il coraggio di dirti</em>”. Dal cassetto della scrivania, poi, prende una busta bianca e una penna. Si siede e infila la lettera dentro la busta. Con la lingua, segue il bordo dove c’è la colla e delicatamente chiude la busta.</p>
<p><strong>6.54 a.m.</strong><br />
L’infermiera, con tono solenne, annuncia che il battito è sempre nullo. Il medico abbandona le mani sui fianchi e abbassa gli occhi.</p>
<p><strong>6.55 a.m.</strong><br />
Giulia sorride e comincia a scrivere il mittente.<br />
“Per Fabio Cavaglio, 75022 Matera (MT)”.</p>
<p><strong>6.56 a.m.</strong><br />
Il medico vestito di verde, deluso del suo lavoro, dice con un filo di voce: “Siamo arrivati troppo tardi.”</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Io Ti Aspetterò Fino All&#8217;Eternità</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2009 20:47:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Un pittore e la sua opera legati fino all&#8217;eternità da una passione che non morirà mai. Un amore che porta alla pazzia, alla violenza. Un amore immerso in un&#8217;atmosfera noir. Il racconto di due amanti in due mondi paralleli, ma che il destino ha fatto convergere. IO TI ASPETTERÒ FINO ALL&#8217;ETERNITÀ “Ci si aspetta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="size-medium wp-image-68 alignleft" style="margin: 5px;" title="hopperedward-elevenam-mujerdesnudae" src="http://www.superilis.com/wp-content/uploads/2009/04/hopperedward-elevenam-mujerdesnudae-300x295.jpg" alt="hopperedward-elevenam-mujerdesnudae" width="275" height="271" /></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Un pittore e la sua opera legati fino all&#8217;eternità da una passione che non morirà mai. Un amore che porta alla pazzia, alla violenza. Un amore immerso in un&#8217;atmosfera noir. Il racconto di due amanti in due mondi paralleli, ma che il destino ha fatto convergere.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;"><strong>IO TI ASPETTERÒ FINO ALL&#8217;ETERNITÀ</strong></span></p>
<p style="text-align: right;"><span style="text-decoration: underline;">“Ci si aspetta di tutto, ma non si è mai preparati a nulla”<br />
M.Swetchine</span></p>
<p>Karen aveva fatto un anno. In realtà ne dimostrava almeno 29 in più, ma era passato un anno da quando guardava quella finestra.<br />
Si sentiva più matura, aveva gioito nell&#8217;essere creata, e adesso poteva considerarsi cresciuta. Conosceva ogni cosa della famiglia Hopper, i lati nascosti dei due coniugi. Amava ogni piccolo movimento di occhi di ognuno perché sentiva di farne parte. Considerava il quotidiano susseguirsi di avvenimenti ogni giorno sempre più stimolante, perché ogni cambio di stato, ogni movimento che vedeva la faceva vivere. Portava in sé la personalità di entrambi perché guardandoli aveva imparato a formarne una propria. Possedeva tutto e anche di più: era immortale, sempre giovane. Non aveva bisogni fisici, né di successo. Non aveva nessun rimpianto e nessun rimorso perché il passato non esisteva. Era in perfetto equilibrio con se stessa, non condannava niente nel suo comportamento. Tutto le piaceva di lei, anche la posizione sociale in cui era. Era serena, ma non felice.<br />
Una cosa sola la turbava, solo una. Per molti sarebbe stata una cosa superabile, su cui ci si passa sopra abbastanza facilmente. Ma il cuore di Karen cominciava a sentirne la mancanza. Attendeva delle risposte, attendeva rivederne il viso.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>CREAZIONE</strong></p>
<p>Ancora si eccitava nel ricordo di quel giorno.<br />
Vedere per la prima volta il mondo deve essere stato il più lungo orgasmo mai esistito. Lungo quanto lunghe sono state quelle pennellate.<br />
Si era dapprima sentita vuota, poiché la matita che l&#8217;autore aveva fatto scorrere sulla tela era solo uno schizzo e lei sentiva del suo corpo solo i lineamenti. Aveva conosciuto una prima fase di colorito. Il pennello che la dipingeva era morbido e soffice. Le solleticava i polpacci e tra un dito e un altro della mano. Sentiva il colore scorrerle addosso attraverso quelle setole grosse e morbide che le schiaffeggiavano dolcemente il viso. Ancora non aveva gli occhi, ma già fremeva all&#8217;idea. Intanto, il pennello stava continuando a spalmare colore all&#8217;interno della matita: tavolo, lampada, muro, quadro, poltrona e finestra. Una grande finestra di fronte alla figura di Karen.<br />
Il suo corpo prendeva forma, ma all&#8217;inizio era una forma piatta: il suo viso, le sue mani, le gambe e l&#8217;ambiente che la circondava non avevano profondità. Il buio e la luce non avevano ancora creato l&#8217;ombra. La stanza era ancora alle fondamenta. La poltrona su cui doveva sedersi era ancora scomoda, piatta per l&#8217;appunto.<br />
L&#8217;autore l&#8217;ha lasciata così senza forme per circa due ore, almeno così le sembravano. D&#8217;altronde non aveva parametri di giudizio sul tempo.<br />
Ad un tratto altre setole le cingevano le caviglie. Questa volta erano più sottili, puntigliavano le ginocchia con precisione e delicatezza e il colore che sprigionavano era più caldo e più scuro. La sensazione di corposità le cominciava a far tremare il cuore e capì da allora che stava nascendo. Karen stava per essere creata.<br />
Il pennello la lasciò per un po&#8217; e si posò su ciò che la circondava. Mano a mano gli oggetti cominciavano a trasparire dalla tela, venivano messi in risalto da tinte forti e cupe. La finestra, però, non aveva ancora un chiaro progetto.<br />
Un marrone scuro si sciolse pian piano sul capo di Karen e lei capì che era bella. L&#8217;autore che l&#8217;aveva creata l&#8217;aveva voluta formosa, nuda e attraente. E questo le faceva provare un sentimento, un qualcosa di carnale, di viscerale.<br />
Una cosa sola mancava: la luce. Quella finestra aveva un motivo ben preciso di esistere: senza di essa, le forme sinuose del corpo di Karen non potevano essere svelate.<br />
Quella finestra sarebbe stata per sempre ciò che dava vita al quadro.<br />
Uno spruzzo di lacca portò freddo sul corpo di lei. L&#8217;autore aveva finito.<br />
Il quadro era stato creato e insieme ad esso e in esso era nata Karen.</p>
<p>Ancora dopo un anno lei non riusciva a capacitarsi di quanto ardore aveva comportato la sua creazione: venire al mondo consapevolmente, pezzo per pezzo era un dono che non aveva eguali. E lei sapeva che sarebbe stata in debito con il pittore per il resto della sua esistenza.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>LEGAME</strong></p>
<p><em>Aveva scelto con cura la cornice. Non voleva peccare di cattivo gusto, anche perché la moglie non gliel&#8217;avrebbe permesso.<br />
Ci teneva troppo a quel quadro. Ne aveva fatti tanti prima, era diventato famoso, aveva girato il mondo. Si era affezionato ad altri quadri prima di questo, è vero. Quadri di incommensurabile bellezza, scelti dalla critica e apprezzati dai collezionisti. E lui amava produrne altri di superiore maestosità espressiva. Ma questo quadro, a cui non aveva ancora dato un titolo, l&#8217;aveva catturato. Non era lui che amava la tela, ma era la tela stessa che lo chiamava al cospetto dell&#8217;amore. Sentiva di appartenergli. Ogni volta che scendeva in cantina a dargli un&#8217;occhiata era come se volesse prendersene cura come si fa di una cosa rara e che ami alla follia. Sì, follia. Era una follia amare un quadro, amarlo come si ama una persona in carne e ossa, amarlo con passione e sentimento. Ed era una forma ancora più malata di follia sapere dentro di sé che quell&#8217;amore non era a senso unico, ma che era ricambiato, sapere con certezza – perché, pur strano che era, lui ne era certo – che anche la tela lo amava.<br />
Con la stessa cura di un innamorato, Ed ripose la tela incorniciata sopra la testata del suo letto matrimoniale con lenzuola di seta. Ottima scelta la cornice in legno scuro, Terri non avrebbe potuto obiettare. Oppure l&#8217;avrebbe fatto, come sempre, ma Ed avrebbe cercato di dissuaderla, come sempre.<br />
I giorni passavano e il sentimento che Ed continuava a far crescere dentro di sé intagliava il suo cuore come artigiano col legno. Non capiva cosa lo turbasse tanto, ma non appena posava gli occhi sul candore della pelle della ragazza del quadro, le sue mani cominciavano a farsi più calde, le gote prendevano colore e il cuore cominciava a farsi sentire più del dovuto. Oltre alla passione che sconvolge e travolge i sensi, la cosa che più<br />
il suo stomaco gli diceva era di prendersi cura e di proteggere Karen, la donna del quadro. Era lei che viveva nel suo cuore. Era lei che bramava.<br />
Dopo intere settimane chiuso in camera a fissarla, intere settimane di totale assenteismo nella vita coniugale e dopo settimane di ovvi litigi con Terri, Ed ne divenne finalmente consapevole: era innamorato di Karen.</em></p>
<p>E Karen lo vedeva. Comprendeva perché Ed la fissasse giorno e notte, perché non riusciva a mangiare o a dormire, perché non le toglieva gli occhi di dosso. Sapeva perché quando la guardava diventava rosso in faccia e perché si asciugava le mani. Sapeva ogni cosa che faceva Ed. Ne capiva ogni motivo perché era esattamente ciò che provava lei. Chiusa in un corpo immobile e nuda di vestiti, lei non si era mai sentita così viva e piena di adrenalina. Amava con dedizione quel grande artista che le aveva donato l&#8217;esistenza. Dio solo sa quanto avrebbe voluto sfiorargli il collo con la punta delle dita. Ma poteva solo sentirlo respirare da lontano ed era tristemente cosciente che non poteva mai appartenergli del tutto. Pur sapendo che il suo amore era corrisposto, pur avendo l&#8217;assoluta sicurezza di avere un legame ultraterreno con lui, Karen non poteva escludere la presenza di Terri, la moglie in carne ed ossa del suo amante.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>CHI DELLE DUE</strong></p>
<p><em>Avevano bevuto un po&#8217; troppo. Erano stati ad una cena di beneficenza e dopo erano passati a casa di un amico a chiacchierare. Due bicchieri di gin di troppo ed eccoli lì, buttati sul letto a far l&#8217;amore come adolescenti ad una festa.<br />
Ed non voleva farlo, ma Terri aveva avuto i suoi buoni motivi per convincerlo. Era sempre convincente. Magra con un bel viso, occhi scuri e capelli castani che le scendevano lunghi e sciolti sulla schiena. Le piacevano le collanine turchesi e gli orecchini pendenti. Quella sera indossava un vestito in seta nera, lungo fin sopra il ginocchio, che le lasciava scoperte le spalle. Come poteva resisterle.<br />
Cominciarono a baciarsi con foga e spasmodicamente, come se dovessero consumare in fretta il loro atto, come se qualcuno potesse vederli sgualcire il loro letto con lenzuola di seta. Ed si tolse la camicia sbottonandone ad uno ad uno i bottoni e la lanciò sulla poltrona di fronte alla finestra. Terri aspettava di essere spogliata, distesa sul letto a gambe aperte e braccia lungo la testa. Era una donna autoritaria nella vita di tutti i giorni, ma a letto le piaceva vestire i panni della domata. Ed le si avvicinò lento e sinuoso, con un sorriso malizioso stampato sul viso e nel frattempo si era già tolto i pantaloni. Prima di spogliarla, le passò la mano sulla gamba, sotto al vestito, sino ad arrivare al ventre.<br />
Questi erano, di solito, i rituali dei coniugi Hopper prima di fare l&#8217;amore. Dopodiché, nessun sfioramento di labbra, nessuno sguardo malizioso: lui sopra, lei sotto. Era una vita sessuale molto frustrante per Ed, che sentiva a poco a poco di non riuscire più a reggere.<br />
Quella sera, però, fu diverso. Mentre lo facevano, Ed per caso alzò lo sguardo.<br />
Karen era lì, se n&#8217;era dimenticato. Karen era proprio sopra la sua testa. Lui era dentro un&#8217;altra donna che non amava più e, invece, quella di cui era perdutamente innamorato lo fissava mentre la tradiva. Ed si bloccò, rimase con gli occhi fissi su Karen. Terri smise di fingere l&#8217;orgasmo e si bloccò anche lei. Gli chiese cosa non andasse, ma non avrebbe mai avuto risposta. Lui non gliel&#8217;avrebbe mai detto, lei non avrebbe mai capito e l&#8217;avrebbe preso per pazzo. E forse pazzo lo era davvero.<br />
Con gli occhi rivolti al quadro continuò a fare l&#8217;amore ora sempre più violentemente e con molta più passione. Le gote gli si fecero rosse e gli sudavano le mani. Stava cominciando a provare piacere e la moglie ne era contenta.</em></p>
<p><em>Il giorno seguente Ed non si alzò al suono della sveglia, non scese in cucina quando fu pronto in tavola e non fece la solita passeggiata pomeridiana. Quel giorno Ed rimase in camera chiuso a chiave. In ginocchio di fronte al quadro, chiese perdono alla sua amata.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>TRANSFERT</strong></p>
<p>“Non E&#8217; Niente, Solo Un Piccolo Livido: Ho Sbattuto Contro Lo Spigolo Del Tavolo Mentre Spolveravo”.<br />
Questo Era Ciò Che Da Due Settimane Terri Continuava A Ripetere Alle Persone Che Le Erano Intorno.<br />
Le Contusioni Che Spiccavano Sul Suo Viso Pallido Non Erano Di Certo Piccole, Ma Lei Non Aveva La Benché Minima Voglia Di Dare L&#8217;Opportunità Alla Gente Di Spettegolare Sul Suo Conto. E Non Era Nemmeno Andata Al Pronto Soccorso, Sapeva Badare A Se Stessa E Non Si Fidava Dei Medici Sempre Pronti A Cercar Soldi. Alle Sue Amiche Cominciava A Montare Scuse Su Scuse Per Non Uscire: “Devo Ancora Fare Il Bucato E Edward Non Ha Camicie Pulite”; “Ho Un Grosso Mal Di Testa, Credo Che Me Ne Andrò A Letto Presto Stasera”; “Perdonatemi, Ma Io Ed Edward Abbiamo Noleggiato Un Film E L&#8217;Abbiamo Appena Cominciato A Vedere”. Quelle Quattro Galline Delle Sue Amiche Di Certo Non Le Avrebbero Chiesto Il Perché.<br />
Nessuno Doveva Sapere Cosa Era Successo. I Muri Di Casa Dovevano Fare Da Scudo.<br />
D&#8217;Altronde Non Lo Poteva Condannare. Edward Era Sempre Stato Un Marito Eccellente, Presente E Le Voleva Bene. In Questo Periodo Era Solo Un Po&#8217; Giù Di Morale Per Via Delle Vendite: I Suoi Quadri Non Fruttavano Un Granché. E Poi C&#8217;Erano Quei Continui Mal Di Testa Che Lo Rendevano Ancora Più Nervoso. Lei Doveva Solo Cercare Di Non Stuzzicarlo E Restare Calma Perché Tutto Doveva Andare Per Il Meglio. Nella Testa, Però, Riviveva Le Scene Di Ogni Giorno E Segretamente Si Chiedeva Perché Suo Marito Aveva Cominciato A Picchiarla Così Ferocemente E Soprattutto Perché Mentre Lo Faceva Le Diceva Comunque Di Amarla.</p>
<p><em>Ed aveva un gran mal di testa, ce li aveva di continuo, senza sosta. Cercava rimedio ma il dolore lo innervosiva. Ormai non usciva più dalla sua camera. E Terri non l&#8217;aiutava: piangeva e piangeva, si lamentava, gli ordinava di mangiare, di dormire. Voleva solo farla stare zitta. Perché non stava zitta?<br />
I suoi occhi non ubbidivano più alla sua volontà. Fissi com&#8217;erano su Karen, non gli permettevano di guardare altro. Ma lui era cosciente di aver fatto qualcosa. Vedeva la moglie piena di lividi in faccia, ma non osava chiederle nulla perché sapeva che per lei era motivo di imbarazzo come sapeva di essere stato lui a procuraglieli. Si odiava per questo. Si malediceva ogni giorno, si chiedeva perché era diventato così, un mostro senza cuore, che picchiava la moglie senza un motivo logico pur volendone un bene dell&#8217;anima. Ma mentre pensava a questo, gli occhi si immobilizzavano sul quadro, come calamita col ferro, senza batter ciglia. Sapeva di amare Karen più di Terri, sapeva che Terri non avrebbe potuto mai essere Karen, era consapevole che non l&#8217;avrebbe mai posseduta fino in fondo come due amanti veri e questo gli creava un mal di testa insopportabile. Dio, si sarebbe volentieri fatto scoppiare il cervello.</em></p>
<p style="text-align: center;"><strong>DISTACCO</strong></p>
<p>Si Era Detta “Adesso Basta!”, Aveva Deciso Che La Sua Incolumità Valeva Ovviamente Molto Di Più Di Una Reputazione Distrutta. E Inoltre Non Poteva Più Sopportare Di Mentire A Se Stessa: Edward Non L&#8217;Amava Più, Edward Era Diventato Un Violento Pazzo Omicida.<br />
Quindi, Aveva Fermamente Preso La Decisione Di Separarsene E Di Denunciarlo. Sarebbe Comunque Passata Come La Vittima Agli Occhi Della Gente E Non L&#8217;Avrebbero Additata Come Una Paranoica Se Ne Avesse Dato Le Prove.<br />
Perciò Avrebbe Dovuto Incastrarlo Per Bene Prima Di Denunciarlo Ufficialmente, E Ci Riuscì.<br />
Comprò Una Telecamera Microscopica Che Le Costò Un Occhio Della Testa, E La Posizionò Sul Chiodo Che Teneva Al Muro Quel Benedetto Quadro Che Edward Fissava In Continuazione. L&#8217;Avrebbe Monitorato Dal Ripostiglio Accanto, Con Il Suo Pc Portatile.<br />
Provò A Registrarne Un Intero Giorno E Quando Mise In Play Il Filmato Fu Inorridita Da Ciò Che Vedeva: Edward Era In Piedi Di Fronte Al Quadro, Senza Distoglierne Mai Lo Sguardo E, Rosso In Faccia, Si Masturbava Sussurrando Il Nome “Karen”.<br />
Il Mattino Seguente Decise Di Provocarlo. Bussò Alla Porta Della Camera Da Letto Ed Entrò Senza Aspettare Risposta. Puntò Dritta Al Quadro Mentre Lui Era Ancora In Dormiveglia. Stava Per Toglierlo Dal Muro, Ma Edward Si Alzò Prontamente Dal Letto E La Spintonò Per Terra. Urlava: “Stronza Puttana, Che Cazzo Avevi Intenzione Di Fare? Chi Ti Ha Dato Il Permesso Di Toccarla! Chi Ti Ha Detto Di Toccare Karen! Puttana!”. Terri Aveva Sbattuto La Testa Al Comodino E, Tramortita, Cercava Di Strisciare Via Da Quel Pazzo. Ma Edward Non Aveva Intenzione Di Lasciarla Impunita E La Prese A Calci Nelle Costole. Uno, Due, Sette Calci Di Seguito, Finché Terri Non Sputò Sangue Ed Edward Non Si Bloccò Di Colpo.<br />
Era Rosso In Viso, Si Teneva La Testa Fra Le Mani E Con Una Flebile Voce Continuava A Dire: “Io Ti Amo, Ti Amo. Io Ti Amo Alla Follia”.<br />
Terri, Intanto, Era Riuscita Ad Arrivare Alla Porta. Se La Chiuse Alle Spalle E Girò La Chiave: “Questa Volta Hai Finito Di Mettermi Le Mani Addosso, Bastardo!”. Aggrappandosi Alla Ringhiera Del Corridoio, Scese Le Scale E Chiamò La Polizia.<br />
Edward Fu Incriminato, Ma Ottenne Un Patteggiamento Grazie Al Suo Avvocato Di Fiducia.<br />
Non Aveva Più La Possibilità Di Avvicinarsi Per Più Di 500 Metri Né A Terri Né Alla Casa.</p>
<p>Erano Passati Circa 5 Mesi Quando Terri Portò Un Altro Uomo Dentro Casa. Mel McGinnis, Alto, Snello, Con Capelli Ricci E Soffici. Era Il Medico Che L&#8217;Aveva Visitata  Dopo L&#8217;Aggressione. Sì, Un Medico, Aveva Fatto Uno Strappo Alla Regola, Ma Almeno Mel Era L&#8217;Opposto Di Quel Pazzo Di Un Pittore Di Cui Si Era Sbarazzata.<br />
Così Almeno Credeva.<br />
Dopo Circa Due Settimane, In Casa Cominciarono Ad Arrivare Telefonate Minatorie E Lettere Di Minacce Sempre Più Frequenti. Tutte Con Lo Stesso Mittente: Edward Hopper.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>FINE</strong></p>
<p><em>Non poteva permettere una cosa del genere. Terri non avrebbe dovuto portare un altro uomo in casa, nella sua camera da letto. Ed non riusciva più a pensare ad altro.<br />
Quell&#8217;uomo in casa sua, che usava le sue cose, che mangiava dai suoi piatti, usava la sua doccia, dormiva nelle sue lenzuola, ma soprattutto non riusciva a sopportare che un altro uomo potesse vederla.<br />
Cinque mesi e 16 giorni dall&#8217;ultima volta che l&#8217;aveva vista. Un&#8217;eternità per il suo cuore che ormai cadeva a pezzi. Nella sua stanza cupa e sporca in affitto non c&#8217;erano quadri appesi alle pareti e mai nessuno avrebbe potuto sostituirlo. Mai nessuno gli avrebbe restituito Karen.<br />
L&#8217;idea che Mel avesse l&#8217;opportunità di vederla gli faceva perdere la testa. Nessuno prima di lui l&#8217;aveva vista, nessuno di sesso maschile ne era venuto in contatto. E adesso uno stronzo ce l&#8217;aveva sopra la testa quando dormiva.<br />
Ma cosa poteva fare, non aveva la possibilità di fare niente, ed era anche un vigliacco. E quei mal di testa cominciarono ad inchiodarlo a letto.<br />
Non aveva altra scelta, non aveva nessun altro al mondo e non ne valeva la pena viverlo senza Karen.<br />
Quella sera nel bicchiere di gin si versò il veleno per topi.<br />
Si risvegliò il mattino seguente in ospedale. Quando capì che era ancora vivo, pianse lacrime spesse in silenzio per circa un&#8217;ora. Lo rimisero due giorni dopo.<br />
Quando tornò a casa andò in bagno a sciacquarsi il viso. Aprì il rubinetto del lavandino e ci infilò sotto le mani. Raccolse l&#8217;acqua e con impeto se la gettò in faccia. Con gli occhi ancora chiusi alzò il viso. Quando quegli stessi occhi si riaprirono, videro riflesso sullo specchio un uomo irriconoscibile.<br />
Ed tirò un urlo a gran fiato: le gengive gli si erano ritirate e i suoi denti assomigliavano a delle zanne appuntite.<br />
Come avrebbe potuto farsi vedere in questo stato da lei. Karen avrebbe riso di lui e gli avrebbe detto di non esserne più attratta. Era la fine, non poteva più fare niente. Non avrebbe mai avuto il coraggio di farsi vedere da lei in quello stato.<br />
Quella notte vomitò. Si faceva schifo. Era ora di finirla, di finirla sul serio.<br />
Tirò fuori dal cassetto la sua calibro 22, appoggiò la canna sulla testa, strinse forte gli occhi e mentre urlò il nome di Karen premette il grilletto.</em></p>
<p>Non Provava Compassione Per Lui, Piuttosto Pena. Era Stato Un Uomo Di Grande Fama E Non Riusciva A Capacitarsi Di Quanto Pazzo Era Diventato.<br />
L&#8217;Aveva Chiamata L&#8217;Ospedale Chiedendo Della Signora Hopper E Lei Aveva Precisato Di Essersene Separata. Mai Più Gli Avrebbe Permesso Di Rovinargli La Vita.<br />
Ma Quando Le Dissero Che Edward Si Era Sparato In Testa, Non Potè Non Correre Da Lui.<br />
Resistette Tre Giorni, Il Povero Edward. Aveva Perso Conoscenza, Ma Terri Non Voleva Lasciarlo Solo Lì A Morire. Rimase A Vegliarlo Fin Quando I Medici Non Ne Accertarono Il Decesso.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>IMMORTALE ATTESA</strong></p>
<p>Karen aveva fatto un anno.<br />
Oggi sarebbe stato un anno da quando Ed l&#8217;aveva creata dal nulla.<br />
Ma era turbata. Erano circa 7 mesi che non sentiva più il suo respiro. L&#8217;ultima volta che l&#8217;aveva visto era il giorno stesso dell&#8217;aggressione di Terri e lui le aveva promesso che sarebbe tornato a prenderla, che non l&#8217;avrebbe lasciata sola. Karen gli aveva creduto, si fidava di lui e non voleva perderlo. Aveva deciso di aspettarlo con speranza, e mai la perse, di rivederlo aprire la porta.<br />
In quei mesi che lui non tornava aveva visto Terri con un altro uomo. Li aveva visti fare l&#8217;amore sotto i suoi occhi, ma di Ed nemmeno l&#8217;ombra.<br />
Aveva capito che si erano separati, che Ed finalmente aveva avuto il coraggio di scegliere fra lei e la moglie, ma non capiva perché non tornasse a prenderla per vivere il loro amore in libertà.<br />
Il suo cuore le diceva di non mollare la presa. La convinceva a sperare e mai ad aver paura perché non aveva nulla da perdere.<br />
Dal giorno in cui Ed uscì dalla camera lei aveva vissuto di ricordi. Ne aveva piena la memoria e si nutriva di essi per poter alimentare la speranza di un ritorno.<br />
Karen fondò la sua esistenza sull&#8217;attesa. Immobile, guardando fuori dalla finestra attendeva invano il suo Ed, gioiosa nell&#8217;immaginare come sarebbe stato rivederne il viso.<br />
Non avrebbe mai scoperto della sua morte.<br />
Immortale, Karen aspettò l&#8217;amore per l&#8217;eternità.</p>
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		<title>La mia Matilde</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 16:18:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Superilis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[La fiamma è accesa. Il rosso incandescente si riflette sulle sue guance. Matilde è lì, immobile, perfettamente di fronte al fulcro del fuoco del camino, piedi uniti, schiena dritta, nasino all&#8217;insù. Tiene fra le braccia Carla, la sua bambola bionda, immobile come lei. Vestito celeste nuovo, quello della domenica, quello col fiocco blu più scuro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La fiamma è accesa. Il rosso incandescente si riflette sulle sue guance.<br />
Matilde è lì, immobile, perfettamente di fronte al fulcro del fuoco del camino, piedi uniti, schiena dritta, nasino all&#8217;insù. Tiene fra le braccia Carla, la sua bambola bionda, immobile come lei.<br />
Vestito celeste nuovo, quello della domenica, quello col fiocco blu più scuro che si allaccia dietro, quello che si abbina al braccialetto di Winnie. Capelli biondi raccolti in una treccia. Scarpette di vernice nera.<br />
Abbassa lo sguardo. La piega della gonna non è al posto giusto e le scarpe non sono allacciate a dovere. Flette le ginocchia, allunga la mano e tira il lembo destro dei lacci.<br />
Si tira su e, con la stessa mano, afferra la parte inferiore della gonna tirandola leggermente verso l&#8217;esterno.<br />
Perfetto.<br />
Di nuovo immobile.<br />
Lo sguardo si posa su di una foto sopra al camino: lei e lui, suo padre, sul divano. Lo stesso vestito, le stesse scarpette. Lei guarda lui e lui guarda lei. Nessuno intorno.<br />
Lei, adesso, accenna un leggero sorriso. Uno solo.<br />
Porta l&#8217;indice all&#8217;interno del ricciolo dei capelli, seguendo la sua rotondità, per poi spostare il pollice lungo il lineamento del mento, arrivando a sfiorare le labbra leggermente socchiuse.<br />
Mani a posto.<br />
Di nuovo immobile.<br />
Stringe la bambola a sé con più forza.<br />
Avanza un passo. Il calore le surriscalda le ginocchia. Un altro passo. Le mani le bruciano.<br />
Il terzo, dentro. Dentro nella luce, la luce primaria, la luce che lei non ha mai avuto.<br />
La luce del camino, fuoco acceso da suo padre.</p>
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