IL MIO DESERTO

Aveva bene in testa tutte quelle volte che i brividi le avevano attraversato braccia, gambe e schiena. Le succedeva quando camminava a passo lento tra le vie della città, quelle meno conosciute e meno trafficate, quando l’udito era impegnato ad ascoltare.

Non era sempre facile per lei sentire e prestare attenzione, fare in modo che testa e cuore fossero uniti, rivolti nella stessa direzione, per un unico scopo.

Quel giorno, però, erano insieme.

I rumori della città non le davano più fastidio, potevano toccarla senza intossicarla. Quel giorno era totalmente avvolta da quella musica. Poco importava chi ne fosse l’autore o quale fosse il genere. Lei ne era attratta.

Era finalmente cosciente e predisposta ad ascoltare la musica della libertà.

Era stata anoressica e poi bulimica, depressa, autolesionista e sesso dipendente. Era stata amica e amante di tutti, indistintamente. Era stata bella, poi orribile, poi nessuno e poi qualcuno. Era stata amata e poi odiata. Poi abbandonata. Era stata tutto, ma non era stata lei stessa.
Era stata la Malattia.
Quando parla di Lei ne vede sfocati gli angoli, ne sente solo il rimbombo, qualcosa che è stato provato, ma che non ricorda come sia stato vissuto. Tutto ciò che riesce e deve mantenere vivo in lei è la sensazione. Quella intoccabile sensazione di forza quando sentiva il vuoto reale dentro il suo stomaco, quando sgranocchiava piano metà carota, seduta su una panchina, in isolamento mentale dalla città. Quando faceva finta di essere piena, troppo piena…  lo era davvero. Era piena di rabbia, piena di frustrazione, piena di sé.
In fondo le piaceva potersi trasformare in durezza e irremovibilità come le sue ossa sporgenti e appuntite. Con quelle riusciva a ferire nel profondo ogni persona che tentava di abbracciare il suo animo, semmai ne avesse avuto uno.
La sua maggiore ispirazione era l’aridità.
Fare piazza pulita intorno a sé. Aveva voglia, una tremenda brama, di aridità. Il deserto sarebbe diventato l’unico luogo protetto dove riposare per sempre, così lontano da qualsiasi tocco umano da preservarla da ogni dolore e da ogni gioia e da ogni moto emotivo che comportava vivere. Non aveva tenuto conto, però, che nel deserto il sole è protagonista. Il sole, in quel luogo, spacca le pietre. Letteralmente. E il suo cuore era di marmo. Tutto quel calore avrebbe sciolto e frantumato ogni letale voglia di nullità.

Il deserto che lei stessa aveva costruito con arguzia, determinazione e tanta, infinita pazienza, adesso le si stava attorcigliando attorno alla vita. Il calore che ha cercato per anni di raccogliere nelle sue piccole mani adesso le infuocava il cuore. Era veramente troppo da sopportare. Il sudore di un lavoro fatto di dolore adesso le bruciava il viso e le offuscava gli occhi.
Si era ritrovata in poco tempo a cercare invano di nascondersi sotto una qualsiasi ombra. Ne aveva abbastanza del caldo, voleva essere fredda, giacere inerme sotto cumuli di un passato gelido, ma inesistente. Voleva tornare indietro, ma sapeva già di non averne la forza.
Così gravemente fragile, sentiva le sue ossa sbriciolarsi sotto il peso reale della Malattia. Anche Lei, la sua migliore amica, la stava abbandonando. La desolazione di quella aridità le invadeva le vene come miele, viscida e collosa. Non era più all’altezza di spazzarla via. Non le restava che vagare alla ricerca di qualche albero di amore millenario sotto il quale rannicchiarsi e aspettare il tramonto. Chiudeva gli occhi nella speranza di avvicinarsi al buio, per non vedere, per non sentire, per non amare niente. L’oscurità, però, tardava ad arrivare. La luce era troppo forte, più di lei.
Cominciava pian piano a interrogarsi su cosa avesse sbagliato, qual era stato il momento in cui quel deserto che aveva tanto bramato si era improvvisamente trasformato in qualcosa di eccessivamente grande da governare. Con il nulla attorno, nessuno le avrebbe spiegato che non poteva più avere il controllo su ogni cosa, men che meno sulla natura. Così brancolava nella luce, si tirava su, ma inciampava nell’angoscia e cadeva rovinosamente ai piedi della disperazione. Di continuo.

Proseguiva a passo lento, sola, in quella distesa arida e secca. Senza rumore, senza musica.
Percepiva così nette le sue contraddizioni, nonostante cercasse di tenere ben strette a sé le sue abitudini pericolose che l’avevano tenuta in vita così tanto tempo. L’istinto, però, si faceva strada dentro di lei come lava di un vulcano, così rovente che stava velocemente sciogliendo la sua decennale insensibilità.
Tentava di non patire questa sua ira incontrollata, perché non amava ascoltare nessuno, né gli altri, né se stessa. Ma il suo corpo parlava, urlava di sofferenza e più andava avanti più si rendeva conto di non avere più la capacità di insonorizzarlo.
Così combatteva tra la voglia e la negazione, tra la vita e la morte.
L’ha fatto per così tanto tempo che ne ha solo ricordi annebbiati.

Alla fine ha dovuto mollare la presa e perdere totalmente il controllo. Le urla le si snodavano in gola, guidate dall’istinto, che aveva avviato già da tempo il suo piano sovversivo. Voleva farsi ascoltare, questa volta voleva darsi una voce, un’esistenza. E lei adesso si era completamente trasformata in un unico impulso naturale. Non era più al timone di se stessa e con questa alta marea nel cuore, ha dovuto vomitare tutto quel verde invidia e quel rosso rabbia e quel nero solitudine. Vomitava sensi di colpa, quelli che un tempo erano il suo unico pasto.

Il vuoto che aveva creato attorno a sé le era entrato dentro e lei aveva capito di dover scappare.
Così camminava in salita, questa volta in direzione opposta al deserto. Strisciava con poche forze verso la città. Il cigolìo di una porta antica, il ticchettìo dei tacchi troppo alti, il fruscìo del vento tra i capelli erano, però, rumori ancora troppo lontani e sordi.
Quindi ha deciso di avvicinarsi sempre di più, con calma e molta, infinita pazienza. Ha appoggiato lentamente l’orecchio all’asfalto caldo e pieno di vita. Aveva voglia, adesso, di ascoltare.
E solo nell’abbondanza di sensazioni, nel corposo rumore del dolore ormai svelato è riuscita finalmente a sentire se stessa libera. Ascoltava con ardore la musica della libertà, che le ha permesso di sopportare il sole e il gelo, la luce e il buio, facendone tesoro per costruire una lei completa e imperfetta.

 

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