Le Cose Che Non Ho Mai Avuto Il Coraggio Di Dirti

6.32 a.m.
“Uomo, sulla sessantina, ferite multiple all’addome e al torace…”
Fabio è disteso sulla barella. Ha indosso una giacca grigia in parte lacerata e dei pantaloni blu scuri. Il suo volto è ricoperto di sangue e lividi. Ha una mascherina di plastica a coprire la bocca. Vari infermieri agitano le mani sopra il suo corpo. C’è chi gli infila una flebo in un braccio, chi lo tiene fermo per l’altro, chi urla “Fate spazio!” e chi lo trascina velocemente di qua e di là tra i corridoi del Pronto Soccorso di Matera.

6.32 a.m.
E’ ancora buio a Milano quando Giulia apre gli occhi. La luce del PC in standby sul comò le illumina la parte destra del viso. Dal comodino prende la sveglia rosa e, avvicinandosela al naso, controlla l’ora.
La ripone sul comodino. Chiude gli occhi girandosi dall’altro lato.

6.36 a.m.
Fabio è sulla barella al centro della sala operatoria, con un tubicino infilato in bocca e un camice azzurrino. I medici intorno a lui operano indossando camici chi di colore verde e chi bianco e delle mascherine di colore uguale. Hanno alle mani guanti in lattice.
Due o tre infermieri dietro le spalle dei medici avvertono i presenti che la pressione è crollata e che si intravede un’emorragia addominale.

6.37 a.m.
Con la faccia mezza nascosta dal cuscino, Giulia apre gli occhi. Si gira di scatto a guardare il soffitto e sbuffa. Riprende la sveglia e ricontrolla l’ora. Rimane con in mano la sveglia a fissare il soffitto, mentre i suoi piedi cominciano a muoversi nervosamente sotto le coperte.

6.38 a.m.
I medici vestiti di verde cominciano ad agitarsi e a impartire ordini a degli infermieri che guardano costantemente uno schermo nero con una linea verde che si sta appiattendo. “C’è un problema: il tubo dovrebbe drenare, ma è tutto ostruito”.

6.42 a.m.
Sbuffando, con ancora gli occhi fissi sul soffitto, Giulia si toglie il piumone da dosso. Stringe tra le mani l’orologio e lo fissa, ancora una volta sbuffando. Disattiva la sveglia e la ripone sul comodino. Intanto, la luce flebile del sole comincia a filtrare dagli infissi della finestra.

6.43 a.m.
Da un tubo impiantato nel busto di Fabio, fuoriesce un’abbondante quantità di sangue che si espande sul pavimento a quadri bianco e nero. “Ok, ne aveva circa un litro nel torace”. “No, di più”.
Intanto, gli infermieri di fronte allo schermo annunciano che i battiti sono in calo.

6.45 a.m.
Giulia entra in bagno e accende la luce dello specchio. Il suo viso è pallido. Con degli schiaffetti sulle guance, cerca di ravvivare gli zigomi. Ci rinuncia subito dopo. Si avvicina allo specchio per controllarsi un brufolo sul mento.

6.47 a.m.
I medici in verde hanno in mano vari attrezzi e cercano velocemente di fermare il sangue, mentre un aiutante tampona delicatamente la parte esterna della ferita. Il viso di Fabio ormai è bianco latte. Gli infermieri tengono il conto dei battiti.

6.49 a.m.
Giulia accende la luce in cucina. Per prendere il latte, apre leggermente il frigorifero, ma lo richiude nel momento stesso in cui il suo sguardo scorge una foto attaccata sullo stesso.
Si ferma un secondo a guardarla, sorride e poi la prende in mano. Sul retro c’è una scritta che riporta “1988 Mancaversa, primo mese di Giulia”.

6.51 a.m.
“Il battito è nullo. Ci vuole in defibrillatore, presto!”. Un’infermiera pronta alle spalle del medico gli porge l’apparecchio che viene poggiato sul torace di Fabio. “Libera!”. Il corpo sobbalza.

6.51 a.m.
Giulia ha ancora in mano la fotografia. Scuote leggermente la testa, sorridendo. L’immagine ritrae una bambina pacioccona in braccio a un uomo grassottello. Sono la fotocopia l’uno dell’altro. Sullo sfondo, un mare agitato.

6.52 a.m.
“Libera!”, il corpo sobbalza, ricadendo pesantemente sulla barella. I medici cominciano ad agitarsi. “Battito?”. “Nullo!”. “Riproviamo. Libera!”. Il corpo sobbalza di nuovo.

6.52 a.m.
Giulia accarezza col pollice il viso dell’uomo ritratto sulla fotografia. Chiudendo gli occhi, con un pugno, tira due piccoli colpetti sulla fronte, scuotendo leggermente la testa nel frattempo.

6.53 a.m.
“Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo! Forza, un’altra volta! Libera!”. Il corpo di Fabio sobbalza la terza e la quarta volta.

6.53 a.m.
Dalla libreria in salotto, Giulia prende un libro con una copertina nera e la scritta in rosso. Lo apre e ne estrae una lettera ripiegata in quattro parti. Il titolo recita: “Le cose che non ho mai avuto il coraggio di dirti”. Dal cassetto della scrivania, poi, prende una busta bianca e una penna. Si siede e infila la lettera dentro la busta. Con la lingua, segue il bordo dove c’è la colla e delicatamente chiude la busta.

6.54 a.m.
L’infermiera, con tono solenne, annuncia che il battito è sempre nullo. Il medico abbandona le mani sui fianchi e abbassa gli occhi.

6.55 a.m.
Giulia sorride e comincia a scrivere il mittente.
“Per Fabio Cavaglio, 75022 Matera (MT)”.

6.56 a.m.
Il medico vestito di verde, deluso del suo lavoro, dice con un filo di voce: “Siamo arrivati troppo tardi.”

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2 Responses to “Le Cose Che Non Ho Mai Avuto Il Coraggio Di Dirti”

  1. Vale

    Mizze collega…da brividooooooo!!!

  2. .: MiAo :.

    Ma è stupendo, davvero tanto, non ho parole, posso dirti solo quello che ti dico sempre…sei bravissima :) :) :)
    Ogni frase, ogni punto, ogni parola mi ha fatto vedere la scena come se fosse a due passi da me. E il finale ci dimostra come ogni attimo della nostra vita è importante e bisogna sfruttarlo al massimo, non avere paura di dire o fare qualcosa, nel bene o nel male…..per non pentirsi in futuro e arrivare quindi troppo tardi.

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