Io Ti Aspetterò Fino All’Eternità

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Un pittore e la sua opera legati fino all’eternità da una passione che non morirà mai. Un amore che porta alla pazzia, alla violenza. Un amore immerso in un’atmosfera noir. Il racconto di due amanti in due mondi paralleli, ma che il destino ha fatto convergere.

IO TI ASPETTERÒ FINO ALL’ETERNITÀ

“Ci si aspetta di tutto, ma non si è mai preparati a nulla”
M.Swetchine

Karen aveva fatto un anno. In realtà ne dimostrava almeno 29 in più, ma era passato un anno da quando guardava quella finestra.
Si sentiva più matura, aveva gioito nell’essere creata, e adesso poteva considerarsi cresciuta. Conosceva ogni cosa della famiglia Hopper, i lati nascosti dei due coniugi. Amava ogni piccolo movimento di occhi di ognuno perché sentiva di farne parte. Considerava il quotidiano susseguirsi di avvenimenti ogni giorno sempre più stimolante, perché ogni cambio di stato, ogni movimento che vedeva la faceva vivere. Portava in sé la personalità di entrambi perché guardandoli aveva imparato a formarne una propria. Possedeva tutto e anche di più: era immortale, sempre giovane. Non aveva bisogni fisici, né di successo. Non aveva nessun rimpianto e nessun rimorso perché il passato non esisteva. Era in perfetto equilibrio con se stessa, non condannava niente nel suo comportamento. Tutto le piaceva di lei, anche la posizione sociale in cui era. Era serena, ma non felice.
Una cosa sola la turbava, solo una. Per molti sarebbe stata una cosa superabile, su cui ci si passa sopra abbastanza facilmente. Ma il cuore di Karen cominciava a sentirne la mancanza. Attendeva delle risposte, attendeva rivederne il viso.

CREAZIONE

Ancora si eccitava nel ricordo di quel giorno.
Vedere per la prima volta il mondo deve essere stato il più lungo orgasmo mai esistito. Lungo quanto lunghe sono state quelle pennellate.
Si era dapprima sentita vuota, poiché la matita che l’autore aveva fatto scorrere sulla tela era solo uno schizzo e lei sentiva del suo corpo solo i lineamenti. Aveva conosciuto una prima fase di colorito. Il pennello che la dipingeva era morbido e soffice. Le solleticava i polpacci e tra un dito e un altro della mano. Sentiva il colore scorrerle addosso attraverso quelle setole grosse e morbide che le schiaffeggiavano dolcemente il viso. Ancora non aveva gli occhi, ma già fremeva all’idea. Intanto, il pennello stava continuando a spalmare colore all’interno della matita: tavolo, lampada, muro, quadro, poltrona e finestra. Una grande finestra di fronte alla figura di Karen.
Il suo corpo prendeva forma, ma all’inizio era una forma piatta: il suo viso, le sue mani, le gambe e l’ambiente che la circondava non avevano profondità. Il buio e la luce non avevano ancora creato l’ombra. La stanza era ancora alle fondamenta. La poltrona su cui doveva sedersi era ancora scomoda, piatta per l’appunto.
L’autore l’ha lasciata così senza forme per circa due ore, almeno così le sembravano. D’altronde non aveva parametri di giudizio sul tempo.
Ad un tratto altre setole le cingevano le caviglie. Questa volta erano più sottili, puntigliavano le ginocchia con precisione e delicatezza e il colore che sprigionavano era più caldo e più scuro. La sensazione di corposità le cominciava a far tremare il cuore e capì da allora che stava nascendo. Karen stava per essere creata.
Il pennello la lasciò per un po’ e si posò su ciò che la circondava. Mano a mano gli oggetti cominciavano a trasparire dalla tela, venivano messi in risalto da tinte forti e cupe. La finestra, però, non aveva ancora un chiaro progetto.
Un marrone scuro si sciolse pian piano sul capo di Karen e lei capì che era bella. L’autore che l’aveva creata l’aveva voluta formosa, nuda e attraente. E questo le faceva provare un sentimento, un qualcosa di carnale, di viscerale.
Una cosa sola mancava: la luce. Quella finestra aveva un motivo ben preciso di esistere: senza di essa, le forme sinuose del corpo di Karen non potevano essere svelate.
Quella finestra sarebbe stata per sempre ciò che dava vita al quadro.
Uno spruzzo di lacca portò freddo sul corpo di lei. L’autore aveva finito.
Il quadro era stato creato e insieme ad esso e in esso era nata Karen.

Ancora dopo un anno lei non riusciva a capacitarsi di quanto ardore aveva comportato la sua creazione: venire al mondo consapevolmente, pezzo per pezzo era un dono che non aveva eguali. E lei sapeva che sarebbe stata in debito con il pittore per il resto della sua esistenza.

LEGAME

Aveva scelto con cura la cornice. Non voleva peccare di cattivo gusto, anche perché la moglie non gliel’avrebbe permesso.
Ci teneva troppo a quel quadro. Ne aveva fatti tanti prima, era diventato famoso, aveva girato il mondo. Si era affezionato ad altri quadri prima di questo, è vero. Quadri di incommensurabile bellezza, scelti dalla critica e apprezzati dai collezionisti. E lui amava produrne altri di superiore maestosità espressiva. Ma questo quadro, a cui non aveva ancora dato un titolo, l’aveva catturato. Non era lui che amava la tela, ma era la tela stessa che lo chiamava al cospetto dell’amore. Sentiva di appartenergli. Ogni volta che scendeva in cantina a dargli un’occhiata era come se volesse prendersene cura come si fa di una cosa rara e che ami alla follia. Sì, follia. Era una follia amare un quadro, amarlo come si ama una persona in carne e ossa, amarlo con passione e sentimento. Ed era una forma ancora più malata di follia sapere dentro di sé che quell’amore non era a senso unico, ma che era ricambiato, sapere con certezza – perché, pur strano che era, lui ne era certo – che anche la tela lo amava.
Con la stessa cura di un innamorato, Ed ripose la tela incorniciata sopra la testata del suo letto matrimoniale con lenzuola di seta. Ottima scelta la cornice in legno scuro, Terri non avrebbe potuto obiettare. Oppure l’avrebbe fatto, come sempre, ma Ed avrebbe cercato di dissuaderla, come sempre.
I giorni passavano e il sentimento che Ed continuava a far crescere dentro di sé intagliava il suo cuore come artigiano col legno. Non capiva cosa lo turbasse tanto, ma non appena posava gli occhi sul candore della pelle della ragazza del quadro, le sue mani cominciavano a farsi più calde, le gote prendevano colore e il cuore cominciava a farsi sentire più del dovuto. Oltre alla passione che sconvolge e travolge i sensi, la cosa che più
il suo stomaco gli diceva era di prendersi cura e di proteggere Karen, la donna del quadro. Era lei che viveva nel suo cuore. Era lei che bramava.
Dopo intere settimane chiuso in camera a fissarla, intere settimane di totale assenteismo nella vita coniugale e dopo settimane di ovvi litigi con Terri, Ed ne divenne finalmente consapevole: era innamorato di Karen.

E Karen lo vedeva. Comprendeva perché Ed la fissasse giorno e notte, perché non riusciva a mangiare o a dormire, perché non le toglieva gli occhi di dosso. Sapeva perché quando la guardava diventava rosso in faccia e perché si asciugava le mani. Sapeva ogni cosa che faceva Ed. Ne capiva ogni motivo perché era esattamente ciò che provava lei. Chiusa in un corpo immobile e nuda di vestiti, lei non si era mai sentita così viva e piena di adrenalina. Amava con dedizione quel grande artista che le aveva donato l’esistenza. Dio solo sa quanto avrebbe voluto sfiorargli il collo con la punta delle dita. Ma poteva solo sentirlo respirare da lontano ed era tristemente cosciente che non poteva mai appartenergli del tutto. Pur sapendo che il suo amore era corrisposto, pur avendo l’assoluta sicurezza di avere un legame ultraterreno con lui, Karen non poteva escludere la presenza di Terri, la moglie in carne ed ossa del suo amante.

CHI DELLE DUE

Avevano bevuto un po’ troppo. Erano stati ad una cena di beneficenza e dopo erano passati a casa di un amico a chiacchierare. Due bicchieri di gin di troppo ed eccoli lì, buttati sul letto a far l’amore come adolescenti ad una festa.
Ed non voleva farlo, ma Terri aveva avuto i suoi buoni motivi per convincerlo. Era sempre convincente. Magra con un bel viso, occhi scuri e capelli castani che le scendevano lunghi e sciolti sulla schiena. Le piacevano le collanine turchesi e gli orecchini pendenti. Quella sera indossava un vestito in seta nera, lungo fin sopra il ginocchio, che le lasciava scoperte le spalle. Come poteva resisterle.
Cominciarono a baciarsi con foga e spasmodicamente, come se dovessero consumare in fretta il loro atto, come se qualcuno potesse vederli sgualcire il loro letto con lenzuola di seta. Ed si tolse la camicia sbottonandone ad uno ad uno i bottoni e la lanciò sulla poltrona di fronte alla finestra. Terri aspettava di essere spogliata, distesa sul letto a gambe aperte e braccia lungo la testa. Era una donna autoritaria nella vita di tutti i giorni, ma a letto le piaceva vestire i panni della domata. Ed le si avvicinò lento e sinuoso, con un sorriso malizioso stampato sul viso e nel frattempo si era già tolto i pantaloni. Prima di spogliarla, le passò la mano sulla gamba, sotto al vestito, sino ad arrivare al ventre.
Questi erano, di solito, i rituali dei coniugi Hopper prima di fare l’amore. Dopodiché, nessun sfioramento di labbra, nessuno sguardo malizioso: lui sopra, lei sotto. Era una vita sessuale molto frustrante per Ed, che sentiva a poco a poco di non riuscire più a reggere.
Quella sera, però, fu diverso. Mentre lo facevano, Ed per caso alzò lo sguardo.
Karen era lì, se n’era dimenticato. Karen era proprio sopra la sua testa. Lui era dentro un’altra donna che non amava più e, invece, quella di cui era perdutamente innamorato lo fissava mentre la tradiva. Ed si bloccò, rimase con gli occhi fissi su Karen. Terri smise di fingere l’orgasmo e si bloccò anche lei. Gli chiese cosa non andasse, ma non avrebbe mai avuto risposta. Lui non gliel’avrebbe mai detto, lei non avrebbe mai capito e l’avrebbe preso per pazzo. E forse pazzo lo era davvero.
Con gli occhi rivolti al quadro continuò a fare l’amore ora sempre più violentemente e con molta più passione. Le gote gli si fecero rosse e gli sudavano le mani. Stava cominciando a provare piacere e la moglie ne era contenta.

Il giorno seguente Ed non si alzò al suono della sveglia, non scese in cucina quando fu pronto in tavola e non fece la solita passeggiata pomeridiana. Quel giorno Ed rimase in camera chiuso a chiave. In ginocchio di fronte al quadro, chiese perdono alla sua amata.

TRANSFERT

“Non E’ Niente, Solo Un Piccolo Livido: Ho Sbattuto Contro Lo Spigolo Del Tavolo Mentre Spolveravo”.
Questo Era Ciò Che Da Due Settimane Terri Continuava A Ripetere Alle Persone Che Le Erano Intorno.
Le Contusioni Che Spiccavano Sul Suo Viso Pallido Non Erano Di Certo Piccole, Ma Lei Non Aveva La Benché Minima Voglia Di Dare L’Opportunità Alla Gente Di Spettegolare Sul Suo Conto. E Non Era Nemmeno Andata Al Pronto Soccorso, Sapeva Badare A Se Stessa E Non Si Fidava Dei Medici Sempre Pronti A Cercar Soldi. Alle Sue Amiche Cominciava A Montare Scuse Su Scuse Per Non Uscire: “Devo Ancora Fare Il Bucato E Edward Non Ha Camicie Pulite”; “Ho Un Grosso Mal Di Testa, Credo Che Me Ne Andrò A Letto Presto Stasera”; “Perdonatemi, Ma Io Ed Edward Abbiamo Noleggiato Un Film E L’Abbiamo Appena Cominciato A Vedere”. Quelle Quattro Galline Delle Sue Amiche Di Certo Non Le Avrebbero Chiesto Il Perché.
Nessuno Doveva Sapere Cosa Era Successo. I Muri Di Casa Dovevano Fare Da Scudo.
D’Altronde Non Lo Poteva Condannare. Edward Era Sempre Stato Un Marito Eccellente, Presente E Le Voleva Bene. In Questo Periodo Era Solo Un Po’ Giù Di Morale Per Via Delle Vendite: I Suoi Quadri Non Fruttavano Un Granché. E Poi C’Erano Quei Continui Mal Di Testa Che Lo Rendevano Ancora Più Nervoso. Lei Doveva Solo Cercare Di Non Stuzzicarlo E Restare Calma Perché Tutto Doveva Andare Per Il Meglio. Nella Testa, Però, Riviveva Le Scene Di Ogni Giorno E Segretamente Si Chiedeva Perché Suo Marito Aveva Cominciato A Picchiarla Così Ferocemente E Soprattutto Perché Mentre Lo Faceva Le Diceva Comunque Di Amarla.

Ed aveva un gran mal di testa, ce li aveva di continuo, senza sosta. Cercava rimedio ma il dolore lo innervosiva. Ormai non usciva più dalla sua camera. E Terri non l’aiutava: piangeva e piangeva, si lamentava, gli ordinava di mangiare, di dormire. Voleva solo farla stare zitta. Perché non stava zitta?
I suoi occhi non ubbidivano più alla sua volontà. Fissi com’erano su Karen, non gli permettevano di guardare altro. Ma lui era cosciente di aver fatto qualcosa. Vedeva la moglie piena di lividi in faccia, ma non osava chiederle nulla perché sapeva che per lei era motivo di imbarazzo come sapeva di essere stato lui a procuraglieli. Si odiava per questo. Si malediceva ogni giorno, si chiedeva perché era diventato così, un mostro senza cuore, che picchiava la moglie senza un motivo logico pur volendone un bene dell’anima. Ma mentre pensava a questo, gli occhi si immobilizzavano sul quadro, come calamita col ferro, senza batter ciglia. Sapeva di amare Karen più di Terri, sapeva che Terri non avrebbe potuto mai essere Karen, era consapevole che non l’avrebbe mai posseduta fino in fondo come due amanti veri e questo gli creava un mal di testa insopportabile. Dio, si sarebbe volentieri fatto scoppiare il cervello.

DISTACCO

Si Era Detta “Adesso Basta!”, Aveva Deciso Che La Sua Incolumità Valeva Ovviamente Molto Di Più Di Una Reputazione Distrutta. E Inoltre Non Poteva Più Sopportare Di Mentire A Se Stessa: Edward Non L’Amava Più, Edward Era Diventato Un Violento Pazzo Omicida.
Quindi, Aveva Fermamente Preso La Decisione Di Separarsene E Di Denunciarlo. Sarebbe Comunque Passata Come La Vittima Agli Occhi Della Gente E Non L’Avrebbero Additata Come Una Paranoica Se Ne Avesse Dato Le Prove.
Perciò Avrebbe Dovuto Incastrarlo Per Bene Prima Di Denunciarlo Ufficialmente, E Ci Riuscì.
Comprò Una Telecamera Microscopica Che Le Costò Un Occhio Della Testa, E La Posizionò Sul Chiodo Che Teneva Al Muro Quel Benedetto Quadro Che Edward Fissava In Continuazione. L’Avrebbe Monitorato Dal Ripostiglio Accanto, Con Il Suo Pc Portatile.
Provò A Registrarne Un Intero Giorno E Quando Mise In Play Il Filmato Fu Inorridita Da Ciò Che Vedeva: Edward Era In Piedi Di Fronte Al Quadro, Senza Distoglierne Mai Lo Sguardo E, Rosso In Faccia, Si Masturbava Sussurrando Il Nome “Karen”.
Il Mattino Seguente Decise Di Provocarlo. Bussò Alla Porta Della Camera Da Letto Ed Entrò Senza Aspettare Risposta. Puntò Dritta Al Quadro Mentre Lui Era Ancora In Dormiveglia. Stava Per Toglierlo Dal Muro, Ma Edward Si Alzò Prontamente Dal Letto E La Spintonò Per Terra. Urlava: “Stronza Puttana, Che Cazzo Avevi Intenzione Di Fare? Chi Ti Ha Dato Il Permesso Di Toccarla! Chi Ti Ha Detto Di Toccare Karen! Puttana!”. Terri Aveva Sbattuto La Testa Al Comodino E, Tramortita, Cercava Di Strisciare Via Da Quel Pazzo. Ma Edward Non Aveva Intenzione Di Lasciarla Impunita E La Prese A Calci Nelle Costole. Uno, Due, Sette Calci Di Seguito, Finché Terri Non Sputò Sangue Ed Edward Non Si Bloccò Di Colpo.
Era Rosso In Viso, Si Teneva La Testa Fra Le Mani E Con Una Flebile Voce Continuava A Dire: “Io Ti Amo, Ti Amo. Io Ti Amo Alla Follia”.
Terri, Intanto, Era Riuscita Ad Arrivare Alla Porta. Se La Chiuse Alle Spalle E Girò La Chiave: “Questa Volta Hai Finito Di Mettermi Le Mani Addosso, Bastardo!”. Aggrappandosi Alla Ringhiera Del Corridoio, Scese Le Scale E Chiamò La Polizia.
Edward Fu Incriminato, Ma Ottenne Un Patteggiamento Grazie Al Suo Avvocato Di Fiducia.
Non Aveva Più La Possibilità Di Avvicinarsi Per Più Di 500 Metri Né A Terri Né Alla Casa.

Erano Passati Circa 5 Mesi Quando Terri Portò Un Altro Uomo Dentro Casa. Mel McGinnis, Alto, Snello, Con Capelli Ricci E Soffici. Era Il Medico Che L’Aveva Visitata Dopo L’Aggressione. Sì, Un Medico, Aveva Fatto Uno Strappo Alla Regola, Ma Almeno Mel Era L’Opposto Di Quel Pazzo Di Un Pittore Di Cui Si Era Sbarazzata.
Così Almeno Credeva.
Dopo Circa Due Settimane, In Casa Cominciarono Ad Arrivare Telefonate Minatorie E Lettere Di Minacce Sempre Più Frequenti. Tutte Con Lo Stesso Mittente: Edward Hopper.

FINE

Non poteva permettere una cosa del genere. Terri non avrebbe dovuto portare un altro uomo in casa, nella sua camera da letto. Ed non riusciva più a pensare ad altro.
Quell’uomo in casa sua, che usava le sue cose, che mangiava dai suoi piatti, usava la sua doccia, dormiva nelle sue lenzuola, ma soprattutto non riusciva a sopportare che un altro uomo potesse vederla.
Cinque mesi e 16 giorni dall’ultima volta che l’aveva vista. Un’eternità per il suo cuore che ormai cadeva a pezzi. Nella sua stanza cupa e sporca in affitto non c’erano quadri appesi alle pareti e mai nessuno avrebbe potuto sostituirlo. Mai nessuno gli avrebbe restituito Karen.
L’idea che Mel avesse l’opportunità di vederla gli faceva perdere la testa. Nessuno prima di lui l’aveva vista, nessuno di sesso maschile ne era venuto in contatto. E adesso uno stronzo ce l’aveva sopra la testa quando dormiva.
Ma cosa poteva fare, non aveva la possibilità di fare niente, ed era anche un vigliacco. E quei mal di testa cominciarono ad inchiodarlo a letto.
Non aveva altra scelta, non aveva nessun altro al mondo e non ne valeva la pena viverlo senza Karen.
Quella sera nel bicchiere di gin si versò il veleno per topi.
Si risvegliò il mattino seguente in ospedale. Quando capì che era ancora vivo, pianse lacrime spesse in silenzio per circa un’ora. Lo rimisero due giorni dopo.
Quando tornò a casa andò in bagno a sciacquarsi il viso. Aprì il rubinetto del lavandino e ci infilò sotto le mani. Raccolse l’acqua e con impeto se la gettò in faccia. Con gli occhi ancora chiusi alzò il viso. Quando quegli stessi occhi si riaprirono, videro riflesso sullo specchio un uomo irriconoscibile.
Ed tirò un urlo a gran fiato: le gengive gli si erano ritirate e i suoi denti assomigliavano a delle zanne appuntite.
Come avrebbe potuto farsi vedere in questo stato da lei. Karen avrebbe riso di lui e gli avrebbe detto di non esserne più attratta. Era la fine, non poteva più fare niente. Non avrebbe mai avuto il coraggio di farsi vedere da lei in quello stato.
Quella notte vomitò. Si faceva schifo. Era ora di finirla, di finirla sul serio.
Tirò fuori dal cassetto la sua calibro 22, appoggiò la canna sulla testa, strinse forte gli occhi e mentre urlò il nome di Karen premette il grilletto.

Non Provava Compassione Per Lui, Piuttosto Pena. Era Stato Un Uomo Di Grande Fama E Non Riusciva A Capacitarsi Di Quanto Pazzo Era Diventato.
L’Aveva Chiamata L’Ospedale Chiedendo Della Signora Hopper E Lei Aveva Precisato Di Essersene Separata. Mai Più Gli Avrebbe Permesso Di Rovinargli La Vita.
Ma Quando Le Dissero Che Edward Si Era Sparato In Testa, Non Potè Non Correre Da Lui.
Resistette Tre Giorni, Il Povero Edward. Aveva Perso Conoscenza, Ma Terri Non Voleva Lasciarlo Solo Lì A Morire. Rimase A Vegliarlo Fin Quando I Medici Non Ne Accertarono Il Decesso.

IMMORTALE ATTESA

Karen aveva fatto un anno.
Oggi sarebbe stato un anno da quando Ed l’aveva creata dal nulla.
Ma era turbata. Erano circa 7 mesi che non sentiva più il suo respiro. L’ultima volta che l’aveva visto era il giorno stesso dell’aggressione di Terri e lui le aveva promesso che sarebbe tornato a prenderla, che non l’avrebbe lasciata sola. Karen gli aveva creduto, si fidava di lui e non voleva perderlo. Aveva deciso di aspettarlo con speranza, e mai la perse, di rivederlo aprire la porta.
In quei mesi che lui non tornava aveva visto Terri con un altro uomo. Li aveva visti fare l’amore sotto i suoi occhi, ma di Ed nemmeno l’ombra.
Aveva capito che si erano separati, che Ed finalmente aveva avuto il coraggio di scegliere fra lei e la moglie, ma non capiva perché non tornasse a prenderla per vivere il loro amore in libertà.
Il suo cuore le diceva di non mollare la presa. La convinceva a sperare e mai ad aver paura perché non aveva nulla da perdere.
Dal giorno in cui Ed uscì dalla camera lei aveva vissuto di ricordi. Ne aveva piena la memoria e si nutriva di essi per poter alimentare la speranza di un ritorno.
Karen fondò la sua esistenza sull’attesa. Immobile, guardando fuori dalla finestra attendeva invano il suo Ed, gioiosa nell’immaginare come sarebbe stato rivederne il viso.
Non avrebbe mai scoperto della sua morte.
Immortale, Karen aspettò l’amore per l’eternità.

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2 Responses to “Io Ti Aspetterò Fino All’Eternità”

  1. valentina

    tessssssssssoro…ogni volta che lo leggo mi vengono i brividi…sei stata eccezionale collega mia!!!!sn fiera di te!!!

  2. .: maKu :.

    leggendolo adesso…che non è la prima volta….forse la quinta…continuo a pensare k è stupendo!!! ^_^ a quando la pubblicazione del tuo libro? :P
    6 bravissima amore!!! :D

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