La mia Matilde

La fiamma è accesa. Il rosso incandescente si riflette sulle sue guance.
Matilde è lì, immobile, perfettamente di fronte al fulcro del fuoco del camino, piedi uniti, schiena dritta, nasino all’insù. Tiene fra le braccia Carla, la sua bambola bionda, immobile come lei.
Vestito celeste nuovo, quello della domenica, quello col fiocco blu più scuro che si allaccia dietro, quello che si abbina al braccialetto di Winnie. Capelli biondi raccolti in una treccia. Scarpette di vernice nera.
Abbassa lo sguardo. La piega della gonna non è al posto giusto e le scarpe non sono allacciate a dovere. Flette le ginocchia, allunga la mano e tira il lembo destro dei lacci.
Si tira su e, con la stessa mano, afferra la parte inferiore della gonna tirandola leggermente verso l’esterno.
Perfetto.
Di nuovo immobile.
Lo sguardo si posa su di una foto sopra al camino: lei e lui, suo padre, sul divano. Lo stesso vestito, le stesse scarpette. Lei guarda lui e lui guarda lei. Nessuno intorno.
Lei, adesso, accenna un leggero sorriso. Uno solo.
Porta l’indice all’interno del ricciolo dei capelli, seguendo la sua rotondità, per poi spostare il pollice lungo il lineamento del mento, arrivando a sfiorare le labbra leggermente socchiuse.
Mani a posto.
Di nuovo immobile.
Stringe la bambola a sé con più forza.
Avanza un passo. Il calore le surriscalda le ginocchia. Un altro passo. Le mani le bruciano.
Il terzo, dentro. Dentro nella luce, la luce primaria, la luce che lei non ha mai avuto.
La luce del camino, fuoco acceso da suo padre.

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