INVISIBILE, COME CONSEGUENZA

arona landscapes italia lago

Le mie parole escono dalla bocca già senza forma, già trasparenti, senza corpo.
Sono vapore, sono mille miliardi di mini goccioline talmente piccole da risultare più leggere dell’aria, più deboli dell’aria, che è lì, pronta, per inglobarle.
Eppure credo di saperle creare con fantasia e coraggio, di cullarle in testa, di farle crescere sane e in forma, con riflessi pronti. E invece non sono mai pronte, le mie parole. Non sono sicura che non siano pronte per me. Io le reputo perfette così come sono. Per chi dovrebbe assaggiarle, invece, risultano aeree, impalpabili… invisibili.
Quindi perché prestar loro attenzione?

Credo che tutto questo avvenga come conseguenza al mio carattere e alle pulsazioni dettate dal mio cervello. Credo che tutto quello che reputo io, gli altri non siano in grado di giudicarlo.
Quello per cui combatto io, il resto del mondo nemmeno sa dell’esistenza.
Non credo quasi mai di non essere pronta a formulare delle frasi per cui valga la pena ascoltare. Non credo quasi mai che la mia invisibilità sia per colpa mia, piuttosto per conseguenza mia.
Ho creato intorno a me tante piccole micro conseguenze che recitano una parte ben precisa nella mia testa.
Se non ascoltano è una conseguenza.
Se non chiedono è una conseguenza.
Se non abbracciano è una conseguenza.
Quindi: se sono invisibile è una conseguenza del loro non guardare.
Quindi: la causa sono loro.
Loro: esseri pensanti e parlanti, con sentimenti e stati d’animo, con parole che escono dalla loro bocca così piene di corpo da risultare obese, ingombranti e molte volte opprimenti.
Mi chiedo però troppe volte come riescano a buttarle via con così tanta apparente leggerezza.
Come faranno mai a vedere le mie infime goccioline di vapore con tutta quella grassa aria che si danno in bocca?
Perché le loro frasi riescono a fluttuare nell’aria fino a sbattere sulla mia faccia, senza esplodere di ignoranza durante il tragitto?
Perché io le assorbo tutte, fino alla fine, sentendomi comunque già da subito così sazia?
Perché, seppur così mongolfiere, io non riesca a toglier loro grasso e anima fino a farle assomigliare alle mie infinitesimali goccioline di vapore?
Quanto strutto di parole devo ancora ingoiare? Quanti litri e litri di olio di parole deve ancora scendermi giù nella gola?

Non vi sentite nemmeno un po’ viscidi?
Almeno io sono aerea e impalpabile, voi rimanete impigliati ovunque, anche dove non dovreste mai metter bocca.

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Unconventional warriors

A music battle, Nirvana vs Pearl Jam
a dear friend: “I’m drunk, damn!”
We’re in the same time at the same place
seems like we’re in an unreal space

You see me, I see you, we know we are free
and our souls are starting to join in
we just know we’ll work together
to put up a love so much stronger than ever

Unconventional warriors,
we are
all those doors,
we can open wide
they locked them to us
when we needed the most
to hide our love
to be safe from the ghost

We walk on the world line
with a weapon: the eyes light
‘cause we talk just like a child
and then suddenly we can be wild

Now I’ve an only hope
everyday, everyone we can cope
‘cause we are

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Neverending Fear

She shows me how to suffer
and gives me the strenght to be undercover
She grows up inside my veins
filling them up all the time with pain
I try to run away from that
missing my family, my friends, anyone
Shit comes over so fast so loud
sincerly I don’t see a way to go out

She is my razor blade
cutting past and future day
Asking for someone to listen to
you know, her voice push me into
a neverending fear

A beautiful relationship claimed by my bone
by promises never kept and they’ve gone
She said to me she was my only lover
and I believed her ‘cause I thought I was stronger
My garden was full of stones
she walked through like cotton candy frogs
but then light pointed up all the life I was killing

And then
Suddenly
I realized

She was my razor blade
cutting past and future day
Asking for someone to listen to
you know, her voice pushed me into
a neverending love

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Open Book

Pictures kept on the fridge
what’s left in the backstage?
We’ve found a way to go through
by a never-said word, only you
chose to save your empty freedom

Come to me, now, try it
I’m an open book, now, see it
Want you to come over
or just leave and grow up lonely?

Anger is a sweet feeling
thank you for letting me knowing
that you’re the unpredictable king
of this shit you’ve done to me

And this is the perfect moment I gain
your tears on your cheeks in vain
with words like smoke
light up your ignorance
now, see it
now, try it
and burn it

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Save the Queen

You come at the office
wearing brands and drinking coffee
wave your hands like a queen
“I want peace and love as a dream”
Your fluffy face is so clean
your eyes are clearly sick
that smile like a razor tip
but inside…

Inside you’re ugly like a monkey
your heart is freezing
Now deal with my words:
go fuck yourself little whore!

The sign you’re a devil
is clear by my memory
Remember that talk?
“Number 38 is what I want”
Tried, I tried to help you
but your disgusting face never left you
smiling at me, saying thank you
But inside…

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IL MIO DESERTO

Aveva bene in testa tutte quelle volte che i brividi le avevano attraversato braccia, gambe e schiena. Le succedeva quando camminava a passo lento tra le vie della città, quelle meno conosciute e meno trafficate, quando l’udito era impegnato ad ascoltare.

Non era sempre facile per lei sentire e prestare attenzione, fare in modo che testa e cuore fossero uniti, rivolti nella stessa direzione, per un unico scopo.

Quel giorno, però, erano insieme.

I rumori della città non le davano più fastidio, potevano toccarla senza intossicarla. Quel giorno era totalmente avvolta da quella musica. Poco importava chi ne fosse l’autore o quale fosse il genere. Lei ne era attratta.

Era finalmente cosciente e predisposta ad ascoltare la musica della libertà.

Era stata anoressica e poi bulimica, depressa, autolesionista e sesso dipendente. Era stata amica e amante di tutti, indistintamente. Era stata bella, poi orribile, poi nessuno e poi qualcuno. Era stata amata e poi odiata. Poi abbandonata. Era stata tutto, ma non era stata lei stessa.
Era stata la Malattia.
Quando parla di Lei ne vede sfocati gli angoli, ne sente solo il rimbombo, qualcosa che è stato provato, ma che non ricorda come sia stato vissuto. Tutto ciò che riesce e deve mantenere vivo in lei è la sensazione. Quella intoccabile sensazione di forza quando sentiva il vuoto reale dentro il suo stomaco, quando sgranocchiava piano metà carota, seduta su una panchina, in isolamento mentale dalla città. Quando faceva finta di essere piena, troppo piena…  lo era davvero. Era piena di rabbia, piena di frustrazione, piena di sé.
In fondo le piaceva potersi trasformare in durezza e irremovibilità come le sue ossa sporgenti e appuntite. Con quelle riusciva a ferire nel profondo ogni persona che tentava di abbracciare il suo animo, semmai ne avesse avuto uno.
La sua maggiore ispirazione era l’aridità.
Fare piazza pulita intorno a sé. Aveva voglia, una tremenda brama, di aridità. Il deserto sarebbe diventato l’unico luogo protetto dove riposare per sempre, così lontano da qualsiasi tocco umano da preservarla da ogni dolore e da ogni gioia e da ogni moto emotivo che comportava vivere. Non aveva tenuto conto, però, che nel deserto il sole è protagonista. Il sole, in quel luogo, spacca le pietre. Letteralmente. E il suo cuore era di marmo. Tutto quel calore avrebbe sciolto e frantumato ogni letale voglia di nullità.

Il deserto che lei stessa aveva costruito con arguzia, determinazione e tanta, infinita pazienza, adesso le si stava attorcigliando attorno alla vita. Il calore che ha cercato per anni di raccogliere nelle sue piccole mani adesso le infuocava il cuore. Era veramente troppo da sopportare. Il sudore di un lavoro fatto di dolore adesso le bruciava il viso e le offuscava gli occhi.
Si era ritrovata in poco tempo a cercare invano di nascondersi sotto una qualsiasi ombra. Ne aveva abbastanza del caldo, voleva essere fredda, giacere inerme sotto cumuli di un passato gelido, ma inesistente. Voleva tornare indietro, ma sapeva già di non averne la forza.
Così gravemente fragile, sentiva le sue ossa sbriciolarsi sotto il peso reale della Malattia. Anche Lei, la sua migliore amica, la stava abbandonando. La desolazione di quella aridità le invadeva le vene come miele, viscida e collosa. Non era più all’altezza di spazzarla via. Non le restava che vagare alla ricerca di qualche albero di amore millenario sotto il quale rannicchiarsi e aspettare il tramonto. Chiudeva gli occhi nella speranza di avvicinarsi al buio, per non vedere, per non sentire, per non amare niente. L’oscurità, però, tardava ad arrivare. La luce era troppo forte, più di lei.
Cominciava pian piano a interrogarsi su cosa avesse sbagliato, qual era stato il momento in cui quel deserto che aveva tanto bramato si era improvvisamente trasformato in qualcosa di eccessivamente grande da governare. Con il nulla attorno, nessuno le avrebbe spiegato che non poteva più avere il controllo su ogni cosa, men che meno sulla natura. Così brancolava nella luce, si tirava su, ma inciampava nell’angoscia e cadeva rovinosamente ai piedi della disperazione. Di continuo.

Proseguiva a passo lento, sola, in quella distesa arida e secca. Senza rumore, senza musica.
Percepiva così nette le sue contraddizioni, nonostante cercasse di tenere ben strette a sé le sue abitudini pericolose che l’avevano tenuta in vita così tanto tempo. L’istinto, però, si faceva strada dentro di lei come lava di un vulcano, così rovente che stava velocemente sciogliendo la sua decennale insensibilità.
Tentava di non patire questa sua ira incontrollata, perché non amava ascoltare nessuno, né gli altri, né se stessa. Ma il suo corpo parlava, urlava di sofferenza e più andava avanti più si rendeva conto di non avere più la capacità di insonorizzarlo.
Così combatteva tra la voglia e la negazione, tra la vita e la morte.
L’ha fatto per così tanto tempo che ne ha solo ricordi annebbiati.

Alla fine ha dovuto mollare la presa e perdere totalmente il controllo. Le urla le si snodavano in gola, guidate dall’istinto, che aveva avviato già da tempo il suo piano sovversivo. Voleva farsi ascoltare, questa volta voleva darsi una voce, un’esistenza. E lei adesso si era completamente trasformata in un unico impulso naturale. Non era più al timone di se stessa e con questa alta marea nel cuore, ha dovuto vomitare tutto quel verde invidia e quel rosso rabbia e quel nero solitudine. Vomitava sensi di colpa, quelli che un tempo erano il suo unico pasto.

Il vuoto che aveva creato attorno a sé le era entrato dentro e lei aveva capito di dover scappare.
Così camminava in salita, questa volta in direzione opposta al deserto. Strisciava con poche forze verso la città. Il cigolìo di una porta antica, il ticchettìo dei tacchi troppo alti, il fruscìo del vento tra i capelli erano, però, rumori ancora troppo lontani e sordi.
Quindi ha deciso di avvicinarsi sempre di più, con calma e molta, infinita pazienza. Ha appoggiato lentamente l’orecchio all’asfalto caldo e pieno di vita. Aveva voglia, adesso, di ascoltare.
E solo nell’abbondanza di sensazioni, nel corposo rumore del dolore ormai svelato è riuscita finalmente a sentire se stessa libera. Ascoltava con ardore la musica della libertà, che le ha permesso di sopportare il sole e il gelo, la luce e il buio, facendone tesoro per costruire una lei completa e imperfetta.

 

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Seven Steps To Know

One: you think I’m cool.
I, I think you’re fool.

Two: you say “Come with me, beauty!”
I, I say “You made a mistake, Snoopy”

Three: you try to kiss my lips.
I, I try to fall asleep.

Four: you think I’m easy.
I, I think you’re truly nosy.

Five: you say “You’re too strong”
I, I say “You’re not wrong”

Six: you tell me about your so boring life.
I, I tell you how I can be your life’s knife.

Seven: you’re now afraid.
I, I just now said…

…That I am a man in a woman
with two balls, never cover.
So go ahead, little child,
for me, you’re too fragile.

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Le mie bolle di sapone

Ho visto bolle di sapone esplodere appena nate.
Sono le più grandi, quelle che sono splendide appena create, ma che gonfiate, poi, muoiono.
Poi ci sono quelle piene di sapone.
Tu credi che scuotendo la boccetta e ricavandone la schiuma, soffierai quante più bolle possibili.
E invece la quantità dipende dalla minoranza.
Meno sapone, più bolle.

Può capitare, a volte, che riesci a compiere un miracolo.
Una bolla gigante svolazza nell’aria, ma solo per pochi secondi.
Le grandi imprese durano sempre poco, perché pesano, portandosi dentro tutto il tuo fiato.
Per dar loro la vita devi soffiare piano e lentamente. Devi dar loro il tempo di ingrandirsi ed espandersi, per poi staccarsi e prendere vita propria.
Bisogna avere pazienza con le bolle grandi.
E bisogna avere la consapevolezza che moriranno molto presto.

Però io ho visto un miracolo più grande di questo.
Ho visto bolle di sapone rimbalzare.
Tu le crei, doni loro il soffio della vita, aspetti che l’aria le trasporti più in alto possibile. Le osservi cadere e sai già che se ne andranno con un dolce suono.
Ma quelle che ho visto io no.
Le mie bolle di sapone vivono ancora, anche dopo essere state toccate dalla terra.
Sono quelle più forti di tutte, le piccole, che raccolgono in grembo una minima quantità di ossigeno.

Ancora una volta, meno dai più ricevi.
Meno dai, più soffri.
Perché quelle piccole e forti bolle di sapone, rimbalzando contro gli ostacoli, ti fanno capire che riescono a vivere anche senza di te.

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Future Days

Going to a live
Making your heart alive
Is that you strongly hate?
So I think you’re not my soul mate.

Music is like a devil blood
Fills your veins like throat with mud
Should go away if you can’t catch
This infinity love match.

We were able to talk
Now you don’t even knock.
My door was open
Don’t think is it broken?

Many times we slept side by side
Don’t know if we split inside
How can I tell you that?
How can I scratch you as a cat?

Hope we’ll choice to walk along
Hope you’ll listen to this song

Our Future Days
in every single way.

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Lo stupro dell’aspirazione

Non è che pretendo. Io aspiro.
Ho alte e altre aspirazioni. Non è con la pretesa che desidero raggiungere uno scopo. Pretendere comporta non dare nulla in cambio. E io non voglio mica essere egoista.

Però.

Però quanto vorrei non dover chiedere. Fare domande, pensare all’intonazione giusta, spiegare il mio intento, aspettare risposta, ricevere qualcosa che non avevo chiesto e ricominciare tutto d’accapo.
Non è che sono pigra. Ah no, forse sì. Però non è che voglio vedere la terra dalla luna. Vorrei solo essere spinta, guidata e… tirata per capelli, ogni tanto.
Certo, non perdo mai la mia ostinata faccia col broncio e sì, mi faccio pregare, ma… è proprio questo il bello.
Cosa c’è di più affascinante di una corda tesa che mai si spezzerà? Un tira e molla non complicato, di quello concordato, dove entrambi i partecipanti hanno la stessa forza per tenere sempre alta la fiamma, soffiando e soffiando e… soffiando.
Non è che pretendo. Io aspiro.
Aspirazione. Parola che ho stuprato già abbastanza.

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