Devo essere fiera di mio figlio. Fiera di mio figlio. Questa volta.
Io lo sono, certo.
Ma perché mi sono fatta convincere…se me ne stavo a casa mia, non era meglio?
Santo cielo…non ce la faccio a guardare. Deve ancora iniziare e già mi sale l’ansia. Ecco, le caldane. Uff, che caldo che fa stasera!
Ma che ci faccio qui, io mi chiedo. A casa mia c’è più fresco e più calma, soprattutto.
Devo essere fiera di mio figlio. E lo sono.
Sono fiera di lui. Il problema è un altro. Il problema vero è che non ho mai avuto fiducia in lui. Non gliel’ho mai detto e lui non se n’è mai accorto. Penso. Si, ne sono sicura. Non è stata colpa mia o delle mie insicurezze. Quello che ha fatto non è stata una conseguenza. Macché… Io lo so. Non sono ancora rimbambita del tutto e io ho capito e so perché l’ha fatto. Maledetto ’sto posto e maledetti tutti! Ah… che ansia!
Oh, Carlo, marito mio… Ti odio! Dio caro, Carlo, mi hai lasciata da sola con lui! Lo sapevi che andava a finire così! Ma non dovevo andarmene prima io? Sei sempre il solito, sei sempre inaffidabile… Mai, mai, mai ti sei tolto ’sto vizio di scappare dai tuoi doveri. Dovevo immaginarmelo già da quel giorno.
Fischio di inizio partita.
A cosa penso? Penso a quella sera. La sera in cui, come si dice, cambia tutto. Ma tutto cosa? E chi lo sa. So solo che da allora non mi ritrovo più. Non so più dove sono. Chi sono, sì, lo so. Una madre. Ma il mio posto all’interno della vita io ancora lo devo trovare… Che sciocca. Che vecchiarella depressa sto diventando. Forza Carmela, forza! Guarda le mie mani, Carlo. Guarda come sono diventate. La mia pelle… che schifo! Tornerei volentieri a quando tutto è cominciato. Quella sera di novembre quando è cambiato tutto. Io avevo la mia teiera sul fuoco che fischiava. Ma per quanto ha fischiato? Il suono lo ricordo, simile a questo fischio di adesso, però era più acuto e mi sembra che sia durato… penso…boh! Non lo so, non lo so, non pensavo al the allora. Diventare madre è doloroso. Credi che io possa pensare al the sul fuoco, secondo te? Stava nascendo quello che per nove mesi avevo nutrito qui, dentro a questa pancia. E’ la mia, di pancia. Questo lardo che ho addosso adesso.
Goal mancato: boato della gente.
E chi se le scorda le urla! Oh, e tu dov’eri, Carlo? Dov’eri quella maledetta sera che urlavo? Dove? Vedi…lo vedi che non ci sei mai? E adesso? Dove sei? Carlo, marito mio…Mi manchi! Devo ammetterlo che mi manchi! Eri l’unico che sapeva metterlo in riga! E tu ti fidavi di lui, ne eri orgoglioso, fiero e ti fidavi di lui. Ma come hai fatto a fidarti di lui? Ti invidio, sai. Ti invidio, perché sei riuscito a fregartene quanto basta di quello che è successo, di quello che ha fatto. Te ne sei fregato, Carlo? Come hai potuto non parlare con me? Perché non mi hai detto niente di cosa provavi, di cosa hai provato, di quanto stavi male? Stavi male, Carlo? Non sei mai venuto da me a chiedermi cosa avessi provato io, però, io, unica madre stronza che non si è fidata di lui. E’ questo che pensi di me, vero? Si, lo penso anch’io, stai tranquillo.
Ah, no…non provare a scappare ora. No, mio caro. Ora mi stai a sentire.
Vuoi che mi debba fidare di lui? Lo vuoi veramente? Ma ti sei mai reso conto di quanto io abbia amato mio figlio?
Ho partorito da sola, se ben ricordi. Io l’ho visto pieno di sangue. Una palla di carne piena di sangue che urlava. Quanto fiato aveva! Tu non puoi sapere, nemmeno immaginare quanto fiato avesse in corpo! Un essere piccolo, piccolo, piccolo come quelli che vedo ora laggiù, in mezzo al verde. Piccoli, piccoli esseri, ma lui mi sembrava ancor più piccino, più piccolo di piccino, non so definire quanto. E poi era debole. Dovevo proteggerlo o no, visto che tu non c’eri? Dov’eri, Carlo, dimmelo!
Però, devo dire che quella notte, quando cambiò tutto, quella notte non ti volevo vicino a me. Ero giovane, bella, magra, prima di quella notte. Quella notte, invece, ero solo sudore. Vuoi sapere la verità? Ero felice. Una felicità che non ho più sperimentato una seconda volta. No, nemmeno quella seconda volta ero felice quanto quella notte. Però sudavo! Come una capra!
E anche ora… Uff, che caldo che fa stasera!
“Mi scusi, gentile ragazzo, si faccia più in là! Non vede che mi sta addosso? Cosa?! Ma come si permette! Ragazzaccio maleducato che non è altro! C’è mio figlio lì, io ho il diritto di vedere come tutti gli altri! Ma lardone ci sarà lei! E si sposti adesso! Maleducato! Ecco vada, vada che è meglio! Vada a quel paese!”
Inconcepibile. Carmela, calmati. Carmela, respira. Inspira ed espira, come ti ha insegnato papà. Uno, due. Uno, due. Va bene, ok.
Ma che razza di maleducato, insolente, ragazzino! Ma con chi devo avere a che fare, io. E se me ne stavo a casa, non era meglio? No. Solo per questa volta, solo per questa volta, Carmela, fai la madre come si deve. Non rovinare tutto di nuovo. Ma rovinare che cosa? Cosa? Io non ho fatto niente. Non ho colpe, io. Per che cosa dovrei sentirmi in colpa? Io ho fatto il mio dovere. Si, è vero. Non mi fidavo di lui, e allora? Perché, tu ti credi migliore di me come genitore solo perché ti sei fidato, Carlo? E ti sei fidato, bravo, complimenti, marito mio. Ti sei fidato e alla fine chi ha avuto ragione? Io! Sempre io ho ragione, Carlo, sappilo. Sappi che, dopo che te ne sei andato, lasciandomi sola, io ho avuto sempre ragione. Solo che tu non lo sai. Non hai la benché minima idea di cosa ho dovuto affrontare senza di te e quanto ho dovuto usare queste mani e queste braccia flaccide per farmi forza. Non volevo avere ragione, io. Non è la ragione che bisognava usare in quel momento. E non ho usato la ragione che mi spettava, mio caro. No. No. Non è assolutamente così. Ti stai sbagliando. Io non avevo intenzione di avere ragione a tutti i costi! Io volevo sbagliare, terribilmente sbagliare!
Sono sempre stata intransigente, tu lo sai. Mi hai conosciuta. Io sono testarda. Lo ammetto, si. Sono testarda. Ma credimi, credimi, col cuore in mano te lo sto dicendo. Ti sto dicendo che io, quella volta, io…io…volevo essere nel torto! Perché mi hai lasciata, Carlo? Dove sei adesso che sto invecchiando da sola, che sto invecchiando con lui? Ho voglia di piangere, Carlo. E io non piango mai.
Fischio di fine primo tempo.
Quest’acqua è pipì. Ma quanto caldo fa? ‘Sta terra ci sta cacciando, ci abbrustolirà tutti quanti, ci farà arrosto e ci condirà con olio e sale e, per chi vuole, con una spruzzatina di limone, prima di mangiarci vivi, ci inghiottirà ancora caldi e fumanti. Che bella prospettiva. Ma a me non interessa. E’ che non mi interessa più niente. Mi importa solo di trovare il mio posto su questa terra prima che mi trasformi in una bistecca arrosto. Dove andrò a finire, io? Sono una madre. Io-sono-una-madre. L’ho già detto. Madre. Mamma, mi piace di più come parola. Più morbida. Come la parola pandoro o plumcake. Sembra che ci si possa rimbalzare sopra. Quindi, il mio posto nella vita sarebbe questo? Stare a guardare una vita che cresce? Ma questo non è un posto. Questo è un compito. Che, tra l’altro, so di svolgere abbastanza bene, per mia modestia. Quello che è certo è che mi sono fatta da me. Tu lo conosci, Carlo, mio padre. Almeno credo che tu lo conosca. Lo conosci? Non è che sei stato un granché cordiale con i miei genitori, Carlo, eh. Devi ammetterlo che sei stato alquanto maleducato le poche volte che ci siamo riuniti tutti quanti. Ok, ok. Scherzo. Mi fai sorridere. Eri buffo. Le uniche volte che ti ho visto imbarazzato tanto da sembrare un imbranato. Lui ti chiamava “imbecille” quando non c’eri, lo sai? Beh, adesso lo sai. Prima o poi te lo dovevo dire. Per mio padre non sei mai stato un genio. Sai che novità! Chi poteva essere un genio per mio padre sulla faccia della terra se non soltanto lui stesso in persona… Stai tranquillo, Carlo. Io non ho mai creduto che tu fossi “imbecille”. Io odiavo mio padre. Lo sai. Si, lo odiavo. Odiavo, odiavo con odio. E perché dovrei nascondere questo sentimento che avevo per lui, se è la verità! Io non voglio precludermi di essere sincera solo perché altrimenti ferirei qualcuno. Ma chi potrei ferire, adesso, Carlo? Lui è morto, non c’è più. Tu non ci sei più, nemmeno. Non so. Dove sei, Carlo? Mi hai lasciata sola, Carlo. Sola. Non te lo perdonerò mai, Carlo, mai, sappilo. Perché potevi fermarlo, solo tu potevi, Carlo. Te ne rendi conto che solo tu potevi farlo, perché solo a te dava retta? Solo a te! A me no. Io non esistevo. Non esisto. Io sono solo “mamma”. Solo una parola, vero? Di che parlavate voi due, Carlo? Voglio saperlo.
Fischio inizio secondo tempo.
Sto invecchiando. Mi sto ammorbidendo. Sto diventando un pezzo di pane. Farò la fine di mio padre, Carlo.
“Mi scusi, signorina, a che punto stanno? Parità? Bene…Grazie. Oh, io non tifo per nessuno. Sono qui per caso, sì. Certo, tenga, ci mancherebbe! Tanto io non la bevo più, si figuri. Si, con questo caldo è diventata brodino! Di nulla, mia cara.”
Non finisce più ’sto strazio.
Chi me l’ha fatta fare, tanto non mi vede lo stesso da laggiù.
Ma per favore, ma a chi la dai a bere, Carmela cara, carissima. Tu sei qui per un motivo ben preciso, Carmelina. Smettila di fare la bambina, apri gli occhi, vuoi essere sincera per una volta o no?
Dio caro, sto diventando proprio come lui. Vecchia, rimbambita, che parla da sola. Voglio essere rinchiusa in un ospizio pure io a fare un bel niente dalla mattina alla sera. E invece no, siccome sono qui, devo fare la mamma e preoccuparmi di tutto io, dato che tu, Carlo maledetto, non ci sei.
E perché non ci sei? Perché hai avuto paura, Carlo. Paura? Ma che uomo sei, santo cielo! Che uomo sei! Hai avuto paura di affrontare il dolore. Sei un rammollito. Gli uomini sono dei rammolliti, fifoni, con un livello di sopportazione del dolore ridicolo. Che squallore. Che uomo sei, Carlo. E tu sei migliore di me solo perché ti sei fidato di lui? Che senso ha fidarsi di un ragazzo che ha rovinato la propria vita? Che ha fatto quello che ha fatto? Ti piaceva il lavoro che faceva, eh? Eri invidioso di lui, ammettilo. Hai avuto paura tu per lui, Carlo? O hai semplicemente voluto seguirlo e provare le sue stesse sensazioni, Carlo? Carlo, cazzo. Non dico mai parolacce, Carlo, cazzo. Adesso le dico, adesso mi sfogo, Carlo. Voglio delle risposte, le voglio, le voglio, le voglio. Ecco perché non mi trovo più in questo mondo. Non c’è posto per me, qui. Come faccio a fidarmi di lui se prima non mi vengono date delle risposte. Mi hai lasciata sola, con lui che sta laggiù, a correre appresso a una palla, con me che rivivo tutto quello che ho vissuto prima di quel giorno, mentre tu te ne sei fregato, Carlo. L’hai seguito. Hai voluto fare il padre fino in fondo? Bravo. Ti applaudo. Mille volte complimenti.
E ora?
Ora è tutta un’incognita. Sai quando si dice che il passato insegna, che gli errori una volta fatti, dovresti non rifarli più perché dovresti imparare da essi? E’ una grande-grossa-immensa-cavolata. Cazzata. Stronzata. Perché adesso io, in base a questa regola, dovrei aver imparato a fidarmi di mio figlio. Dovrei, adesso, fare il tifo per lui, gioire di ciò che fa. Si, certo. Come no. Io, gioire. Carlo, mi ci vedi a me a gioire? A saltellare dalla felicità mentre lo vedo correre su quel quadrato verde?
Non posso!
Ho una brutta sensazione, Carlo. Bruttissima.
Fischio di fine partita. Parità.
Dio, ti ringrazio, è finita.
Ora vado, Carlo. Mi starà aspettando. Questa volta sarò fiera di lui, lo prometto.
E’ finita in parità, per fortuna. Nessuno ha vinto.
Ma nessuno vince mai, vero, Carlo?
Non ha vinto nostro figlio, il nostro campione, che si è gettato dal settimo piano solo per aver sbagliato il rigore a quella partita del cazzo.
Non hai vinto tu, che ti sei ammazzato con il fucile da caccia di mio padre.
Non ho vinto io, che sono rimasta qui su ’sta terra, con qualcosa di tuo in grembo che cresceva.
E non ha vinto nemmeno lui, adesso, il nostro secondogenito che mi ha costretto a venire qui, per vedere la sua prima partita di calcetto.
Questa volta andrà diversamente, Carlo. Te lo prometto. Io ho sempre ragione, sappilo.
Abbi fiducia in me, per una beneamata volta.